Alcoa, una politica per il lavoro è possibile

Intervista con l’economista Giuseppe Argiolas, dell’università statale di Cagliari sulla crisi dell'azienda sarda
Alcoa - Sardegna

Gli operai dell’Alcoa in Sardegna non vogliono vivere di sussidi ma lavorare. Sono orgogliosi del loro “saper fare”, eppure la soluzione sembra senza soluzione secondo la maggioranza dei commentatori.

Lo chiediamo al professor Giuseppe Argiolas, docente di responsabilità sociale delle organizzazioni all’università statale di Cagliari. L’economista collabora anche con l’Istituto universitario Sophia di Loppiano (Fi) dove tiene corsi di “Management ed economia di comunione”: «Solo chi ha visitato la miniera di Nuraxi Figus o l’Alcoa di Portovesme, o quantomeno ha visto le immagini filmate dei processi produttivi, si rende conto delle condizioni in cui operano quei lavoratori. Il fatto che costoro protestino non per avere sussidi o vantaggi ma per lavorare, testimonia la dignità che ha la persona, e quale dignità essa trasmetta al proprio lavoro, di qualunque tipo esso sia – soprattutto se così duro. L’"orgoglio" di quei lavoratori non è un fatto isolato, esprime la cultura di un popolo che per lavorare è troppo spesso costretto a lasciare la propria terra e la propria famiglia».

Allora la “questione industriale” non è uno degli aspetti che occorre affrontare, «è piuttosto il tema che occorre mettere al centro del dibattito. I termini del problema, però, sono oltre che economici, vorrei dire, squisitamente, politici e sociali. Anche perché in Sardegna di “piani di rinascita” se ne parla a cicli continui, soprattutto in campagna elettorale, da troppi anni. Le vertenze riguardanti la chimica e la lavorazione dell’alluminio, il settore cartario o del trasporto (solo per citarne alcune), sono storie ben note. Le cattedrali nel deserto ci sono, sono sotto gli occhi di tutti».

Allora occorre ripartire con una politica industriale che sia multidimensionale, che consideri la Sardegna come un sistema integrato al suo interno e poi come nodo di una rete più ampia. Stiamo parlando di creare le condizioni di lavoro per sostenere una popolazione di 1 milione e 600 mila abitanti. Non una cosa impossibile. Il territorio su cui essa insiste è però molto vasto e mal collegato al suo interno e con il resto della penisola. È necessaria quindi una visione che sappia sviluppare e coniugare in modo interconnesso i settori tradizionali (turistico, agro-pastorale, lattiero-caseario, ittico, ecc.) con le nuove tecnologie, l’ambiente e i servizi».

Ma in attesa dei tempi lunghi necessari a qualsiasi riconversione, come valorizzare il capitale umano così messo a dura prova da questa crisi? Con quale tipo di intervento pubblico? E quale responsabilità dell'azienda?
«I lavoratori e le loro famiglie sono stati spesso ingannati da politici, che hanno fatto promesse poi non mantenute, e da imprese che pare abbiano pensato solo a cogliere i vantaggi degli aiuti economico-finanziari. “Le imprese devono pensare solo al profitto”, si dice con tono rassegnato. E così non si tiene conto che interi territori vengono distrutti dal punto di vista ambientale e sociale. Mandare a casa 500 lavoratori, senza considerare l’indotto, significa mettere sul lastrico altrettante famiglie che non potranno mandare i figli a studiare, che non potranno prendersi cura degli anziani… un vero disastro. Sembra che ci siano nuove proposte di imprese, anche italiane, che intenderebbero subentrare nell’attività: occorrerà valutarle presto e seriamente dal punto di vista della fattibilità tecnica ed economica. Ma se i governi che si susseguono (a livello nazionale e regionale) non creano le condizioni, le infrastrutture perché le iniziative imprenditoriali possano insediarsi e radicarsi, nessuna di queste potrà avere successo. Evidentemente una politica economica ed industriale seria non può essere realizzata sotto spinte esclusivamente emotive o nella continua emergenza. È necessario alzare lo sguardo, promuovere delle partnership in cui pubblico e privato si mettono al tavolo e insieme si deve co-progettare il futuro dei territori. Una co-progettazione che abbia ampio respiro, che sia seria, non di facciata, inclusiva nel metodo e nelle scelte; che scopra e valorizzi la vocazione specifica dei singoli territori, la confronti con le opportunità di mercato e la metta a sistema con le altre realtà esistenti. Un’analisi ed una metodologia di questo genere permetterebbe di avere un rapporto diverso con le multinazionali le quali troppo spesso sfruttano i contesti locali che poi abbandonano a loro stessi. Si potrebbe e si dovrebbe fare una selezione che valuti l’impresa non solo dal punto di vista dell’efficienza tecnico-economica ma anche da quella dei valori e della missione. Evidentemente, per rendere appetibile un territorio ed attrarre imprese virtuose, occorre creare le infrastrutture (non solo fisiche: anche reti di conoscenza, relazionali e culturali) necessarie e utili al radicamento positivo di quelle imprese».

Come si risolve il nodo energia per questo tipo di aziende?
«Bisogna chiedersi se la questione dell’energia come quella dell’alluminio sia strategica per il Paese, tenendo conto che se si chiudessero gli stabilimenti di Alcoa in Italia non ci sarebbe più produzione primaria del metallo. Quindi, tutto il fabbisogno italiano di alluminio dovrebbe essere soddisfatto da importazioni. Allora, soprattutto in momenti di crisi come questo, uno strumento utile è rappresentato dal potenziamento del ruolo delle imprese pubbliche come volano dello sviluppo, mettendole a sistema con le imprese che di energia hanno bisogno ed in partnership con quelle private che producono energia attraverso sistemi innovativi. In questo modo si potrebbero non solo salvare i posti di lavoro esistenti, ma crearne di nuovi».

Una buona strategia…
«Non per niente l’Unione Europea ha lanciato la "Strategia Europa 2020" che mira a favorire una crescita economica "intelligente, sostenibile e solidale". Ma chiediamoci: se l’Italia destina appena poco più dell’1 per cento del PIL all’attività di ricerca, ben al di sotto della media europea, cioè altri Paesi arrivano sino al 3 ed al 4 per cento (riferendoci solo ai numeri), può pensare di progettare una seria politica industriale? Può pensare di avere un futuro autonomo e libero? Anche questa, prima di essere una questione economica è politica e sociale, è culturale. L’equità, infatti, non si misura soltanto con la redistribuzione delle risorse o con un corretto ed equilibrato prelievo fiscale, bensì anche offrendo ai cittadini pari opportunità di crescita, o meglio di sviluppo integrale della persona e della comunità. Perché i documenti programmatici non rimangano lettera morta occorre che tutti ci diamo da fare per investire su un futuro migliore. Insieme».



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