Al via le “piattaforme” antispreco

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“Ma cosa vuoi che faccia il povero cittadino di fronte ai problemi della società?”. Chissà quante volte l’abbiamo pensato anche noi, impotenti spettatori di difficoltà quotidiane, situazioni complicate. E ci siamo arresi prima ancora di mettere in moto il cervello” e il cuore, che a volte arriva a elaborare soluzioni intelligenti quanto impreviste. Ebbene, ai più diffidenti può essere utile conoscere il caso di una signora che dalla propria indignazione ha ricavato non una sterile protesta ma una proposta di legge. La storia potrebbe essere di quelle che cominciano col “c’era una volta”. Sì, c’era una volta una signora di nome Cecilia Canepa che, scandalizzata di fronte alle grandi quantità di cibo che venivano buttate via dalla mensa scolastica dei propri figli, si pose la domanda su come rimediare a quell’enorme spreco di ogni ben di Dio che invece avrebbe potuto sicuramente essere recuperato. La nostra signora cercò i contatti giusti, si imbatté soprattutto nel Banco alimentare (www.bancoalimentare. it) e, dopo 18 mesi, ecco una proposta di legge che fa leva su un’idea fondamentale: le organizzazioni di volontariato che raccolgono e distribuiscono il cibo pronto ai poveri, vengono considerate al pari del consumatore e destinatario finale. Quanto basta per evitare adempimenti burocratici che allungano i tempi e complicano le procedure, sgravando nel contempo di ulteriori responsabilità i donatori. La legge, entrata in vigore il 16 luglio 2003, è la numero 155 e viene chiamata del “Buon samaritano”. Ha un suo precedente americano in un decreto firmato da Bill Clinton il 1° ottobre 1996, il “Good samaritan food donation act”. Il buon samaritano, dunque, soccorre ancora ed ecco che in Italia possiamo registrare di recente il decollo di almeno due nuove piattaforme della solidarietà. Si tratta di iniziative volte a ridurre appunto gli sprechi alimentari attraverso il recupero del cibo non più commercializzabile ma ancora commestibile. Una di esse avrà sede a Roma, un’altra a Parma. Mentre la prima è sostenuta dall’assessorato alle politiche sociali del comune della capitale, la seconda è gestita direttamente dal Banco alimentare. Ne parliamo di seguito con i promotori. Un segnale importante per il nostro paese dove il problema della sottoalimentazione è presente anche se lontano dai livelli preoccupanti di certe nazioni dove sembra non avere soluzione. Dunque mentre Parma in questi giorni è diventata sinonimo per tanti di crac finanziari, fa giusto piacere parlarne in termini diversi, anche perché la food valley italiana non è solo Parmalat e le risorse umane, prima di tutto, e finanziarie poi, costituiscono tuttora un patrimonio per l’intero paese. L’industria alimentare italiana ha dunque anche un’altra vocazione. Condividere il senso della vita A colloquio con don Mauro Inzoli, presidente di Banco alimentare. Banco alimentare è sinonimo di tradizione della solidarietà. Quali sono i suoi tratti più caratteristici? “La sua storia nasce dall’intuizione di un grande imprenditore cattolico lombardo, il cavalier Fossati che avendo visto in Spagna l’esperimento ne parlò a don Giussani trovando in lui un sostenitore entusiasta. Fu un grande “abbraccio” che ha permesso la nascita di quest’esperienza la quale in pochissimo tempo si è diffusa e radicata su tutto il territorio nazionale. Certamente il risultato più significativo è quello di esser passati dalle prime decine di tonnellate di generi alimentari raccolte nel 1989 quando nacque il Banco alimentare, alle circa 50 mila tonnellate distribuite oggi ai più poveri del nostro paese”. Avete promosso la legge 155 che è entrata in vigore di recente. Cosa aggiunge dunque questa al vostro operato? “C’era un ultimo anello della catena che mancava. Il Banco alimentare era nato come recupero delle eccedenze dell’industria, poi della grande distribuzione, ma non potevamo recuperare cibi dalla grande ristorazione per darli alle mense per i poveri. Eppure dal mezzogiorno alla sera o dalla sera al mezzogiorno successivo questi pasti già pronti erano buoni, però per ragioni sanitarie non potevano essere messi a disposizione. Questa legge dà un grande credito a quelli che lavorano per i poveri sgravandoli di molti intoppi burocratici”. Siete presenti in tutte le regioni d’Italia e con varie iniziative. Riuscite a coinvolgere molta gente? “Credo che la formula usata dal Banco alimentare sia stata geniale perché non ha voluto contrapporsi o sostituire chi già svolge un servizio di carità ai più poveri, ma ha voluto metterli nella condizione di fare più e meglio fornendo loro i generi alimentari. Questo ha voluto dire creare una sorta di grande rete di rapporti (7000 gli enti caritativi convenzionati con il Banco), coinvolgere un migliaio di persone che lavorano stabilmente nei 20 centri regionali. Credo che l’intreccio di grande amicizia che è andata consolidandosi in questi ultimi anni tra tutte queste grandi e piccole iniziative costituisca il valore aggiunto”. A che punto è la nuova piattaforma alimentare? “I lavori sono stati appaltati e noi vorremmo innanzitutto dire che abbiamo pensato a Parma perché è sicuramente la Food valley d’Italia al di là delle tristi notizie di questi giorni. Questo progetto è stato condiviso da tanti: dalla Cei, Cari- Parma, Cariplo, CariModena, Montepaschi, la regione, la provincia, il comune. C’è stata una convergenza, una sinergia reale che ha permesso di far partire i lavori che speriamo di poter concludere entro l’anno”. Banco alimentare ha una chiara matrice cattolica ma è evidente che il suo operato è condivisibile anche da chi non si riconosce in una tale ispirazione. “Certamente. La nostra radice è in Comunione e liberazione e questo ci ha permesso di diffonderci rapidamente in tutta Italia. Come dice don Giussani però, “per compiere un gesto di carità non è necessario esserne già coscienti”. D’altra parte quando ci si mette in quest’atteggiamento si è più portati a domandarsi le motivazioni, a interrogarci su ciò che vale di più nella vita. Non per niente il nostro slogan è “condividere i bisogni per condividere il senso della vita…”. Un progetto in cui crediamo In dialogo con Raffaella Milano, assessore alle politiche sociali del comune di Roma. Da quali esigenze nasce questa piattaforma alimentare? “Il titolo di questo progetto “Roma non spreca”, dice tutto. Il nostro primo obiettivo infatti è quello di limitare gli sprechi di tonnellate di generi alimentari ancora perfettamente commestibili. È uno scandalo di fronte a tante situazioni di povertà presenti nella nostra città come in un contesto più generale, un po’ il simbolo di quella distanza tra alcune aree del nostro pianeta dove si lotta per il fabbisogno alimentare e altre dove si vive nell’abbondanza. “La sua realizzazione è dovuta alla legge 155 che ci proponiamo di utilizzare al meglio per far fronte a problemi di povertà che purtroppo crescono a Roma come in altre città”. In un quadro della realtà sociale di Roma quali elementi inserirebbe? “È una città dove oltre alla povertà manifesta, quella delle persone senza fissa dimora ed altro, c’è anche molta povertà nascosta, di persone che vivono al limite della sopravvivenza. Molto spesso si tratta anche di nuclei familiari, dove sono presenti quindi anche dei minori. È il volto della povertà quotidiana, di chi magari a causa di una malattia o della precarietà del lavoro, di una separazione o di uno sfratto, improvvisamente non riesce più ad andare avanti e magari non ha nemmeno il coraggio di chiedere aiuto o di recarsi presso una mensa. Quest’area di rischio è molto forte nella città. Noi vogliamo dare la possibilità alle famiglie di avere a casa propria dei pacchi alimentari. Ci sembra più dignitoso che farli recare a una mensa”. In una recente intervista il sindaco Veltroni ha indicato nel pieno funzionamento della piattaforma alimentare uno degli obiettivi per il 2004. È un segno dell’importanza che essa riveste per l’amministrazione capitolina? “Io penso proprio di sì, anche conoscendo la grande sensibilità sociale del sindaco e dell’amministrazione in genere. Non a caso tra i principali obiettivi della città, le grandi opere e realizzazioni come l’Auditorium, il passante nord-ovest, trovano spazio queste realizzazioni magari meno visibili ma che riguardano il sostegno a chi vive situazioni di disagio e di sofferenza. Senz’altro credo che sia giusto inserire questo tra gli obiettivi di sviluppo della città”. Il progetto coinvolge vari attori sociali che lavoreranno insieme per favorire la qualità della vita di tanti disagiati. Cosa richiede questo lavoro di équipe? “È una domanda importante perché effettivamente una delle sfide principali è tenere assieme tanti soggetti diversi: il mondo del volontariato, quello della grande distribuzione, dei produttori… Io credo molto in questo lavoro di rete che ha visto sin dall’inizio un’enorme disponibilità da parte di tutti. Di sicuro si tratta di un modello efficace e facilmente riproducibile. Un’altra delle sfide sta nella capacità organizzativa e logistica perché parliamo di quantità molto rilevanti e nella tempestività degli interventi soprattutto quando si tratta di prodotti freschi. Proprio in questi giorni inizia la prima fase del progetto: presso il Centro agroalimentare che rifornisce tutta Roma è stata attivata la piattaforma. L’obiettivo finale è quello di avviare nell’arco di due anni vari centri di distribuzione tra le catene di supermercati e mercati rionali perché, a regime, ciascun quartiere possa provvedere alle sue necessità, garantendo una maggiore incisività all’iniziativa”.

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