Al tempio di Suan Moke

Ajahn Sommai mi accoglie sorridente alla soglia del tempo di Suan Moke. Durante il viaggio che mi avrebbe portato a Chiang Rai avevo immaginato di visitare uno di quei famosi e ricchi templi dorati che attirano i turisti nel nord della Thailandia. Invece trovo soltanto uno spiazzo con delle stuoie, circondato da alberi. Il monastero è l’erede di un altro celebre monastero nel sud della Thailandia. Costituisce una riforma verso un monachesimo più tradizionale e quindi più rigido e più spirituale. È un luogo di contemplazione, un “centro di spiritualità” diremmo noi, dove vengono monaci e laici per approfondire la dottrina e la pratica buddhista. Il monaco Ajahn Sommai ci teneva che lo visitassi, perché voleva che incontrassi il suo maestro. Avevo conosciuto Ajahn Sommai quando l’anno scorso era venuto in Italia per conoscere meglio il Movimento dei focolari e per incontrarsi con Giovanni Paolo II. Allora mi aveva parlato del suo maestro. Da ragazzini avevano fatto le elementari insieme, poi le loro vie si erano separate. Sommai aveva vissuto una vita “dissipata”, a suo dire, mentre l’amico aveva subito seguito il cammino di Buddha. Dopo la “conversione”, Sommai aveva ritrovato il compagno di scuola, ora saggio maestro, e si era messo alla sua sequela. Adesso anche Ajahn Sommai è abate di un monastero buddhista. L’abate di Suan Moke ci attende, seduto su una sedia di vimini. Ajahn Sommai si siede accanto a lui, mentre io con gli amici che mi accompagnano ci mettiamo per terra davanti a loro. Lì, sotto gli alberi, nel tempo della natura, inizia la nostra conversazione, accompagnata dal canto degli uccelli. Illuminazione e nulla d’amore Gli sguardi, in questo dialogo, valgono più delle parole. Nella pace e nella semplicità del luogo e dei cuori, l’abate ci spiega i princìpi della sua dottrina e a me è facile parlare della nostra. Quando affronta l’argomento dell’annullamento dell’io gli racconto la storia di san Paolo per arrivare al “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”, e la storia di san Francesco che diventa talmente simile a Cristo (e quindi raggiunge il nulla di sé) da riceverne le stigmate, per giungere infine al “nulla d’amore” proprio della spiritualità dell’unità. Quando mi dice che ogni religione deve vivere in profondità la propria fede, senza proselitismi, e che le religioni sono chiamate a unirsi per affrontare insieme il mondo materialista, gli parlo dei “quattro cerchi del dialogo”, lanciati dal Concilio Vaticano II e fatti propri dal Movimento dei focolari. L’immagine dei cerchi cattura ambedue i monaci, la ripetono con parole loro, fanno i disegni sulla sabbia e la ripetono a quelli che poi incontriamo durante la visita alle altre parte del “tempio”. Mentre l’abate ci guida nel santuario della natura, gli pongo altre domande sull’illuminazione e sul rapporto tra ascesi e grazia. Non tutti i monaci raggiungono l’illuminazione, mi spiega, “così come non tutti i cristiani raggiungono la santità”. Quando però gli chiedo se l’illuminazione la si raggiunge esclusivamente con il proprio sforzo ascetico, senza alcun aiuto esteriore, ha un momento di esitazione, sembra che non si sia mai posto la domanda in maniera così esplicita. “L’illuminazione viene esclusivamente dal di dentro di me, frutto del mio cammino personale”. Poi si consulta con Ajahn Sommai e insieme confermano la risposta data. Ajahn Sommai mi offre anche un esempio: siamo come uccellino chiuso in gabbia, nessuno mai verrà ad aprirti la porticina, a te rompere gli ostacoli che ti tengono prigioniero ed acquistare la libertà. Non c’è posto, nel mondo buddhista, per l’idea della grazia, ma io so che la grazia di Gesù raggiunge anche loro. Gesù è morto per tutti, anche per i buddhisti, ma è talmente discreto e rispettoso che lascia credere che siano loro a raggiungere la libertà, che è invece dono suo. All’università buddhista di Chiang Mai Ed eccomi in macchina diretto verso Chiang Mai. 200 chilometri su una bellissima strada scorrevole che si snoda tra colline, risaie e montagne oltre i mille metri. La natura ha un fascino intenso, così come i villaggi che attraversiamo, con la gente che fa il bagno nel fiume… Il sole tramonta nel cielo sbiadito dell’estate; quando a metà maggio verrà la stagione delle piogge si porterà via il pulviscolo e l’inquinamento degli incendi delle foreste, e lascerà splendere un cielo turchino. A Chiang Mai mi aspettavano all’università Mahachulalongkornrajavidyalaya. Fondata nel 1984 è composta da quattro facoltà: buddhismo, scienze sociali, scienze umanistiche, scienze dell’educazione. Un migliaio gli studenti, tutti monaci. Presto inizieranno alcuni corsi pomeridiani per i laici. Qui è ancora vivissimo il ricordo della visita di Chiara Lubich, nel 1997. Per la prima volta una donna parlava ai monaci. Mi accoglie il decano della facoltà di buddhismo, Phra Saneh Dhammavaro, invitandomi a continuare il dialogo avviato da Chiara. Sono presenti gli altri decani, professori, studenti monaci e alcuni dipendenti, in tutto una ventina di persone, oltre ad un gruppetto di membri dei Focolari che mi accompagnano. Rimaniamo insieme per due ore e un quarto, senza interruzioni. Per quaranta minuti parlo della spiritualità cristiana facendo vedere l’apporto della spiritualità di comunione del movimento e del “nulla d’amore” che essa propone, un “nulla” così simile e insieme così diverso da quello a cui anela il buddhismo. Ho appena terminato che subito sono incalzato da domande molto personali. “Hai esposto la dottrina cristiana e l’esperienza di Chiara Lubich, come volevamo, ma ora vogliamo la tua esperienza, il tuo vissuto…”. È un modo di fare tipicamente buddhista, lontano dal modo di dialogare nelle nostre università romane. Qui il maestro indica la via, ma poi devi percorrerla tu, devi essere tu a fare la tua esperienza ed è quella che devi dare. “Ho capito molto bene che per voi il nulla è frutto dell’amore, mi dice un laico, e tu come lo vivi personalmente? Puoi farci qualche esempio concreto?”. Mi incalzano sul vissuto. Mi domandano anche come percepisco l’attuale situazione critica mondiale, quale apporto do alla soluzione dei problemi, cosa penso di Bush e della politica americana, di come superare la sperequazione tra mondo occidentale ricco e oppressivo e mondo povero e sfruttato… Successivamente il dialogo si orienta verso tematiche più dottrinali: il concetto di Dio cristiano, della creazione, del Nirvana… Il momento culmine è nella domanda: “Ma chi è questo Dio?”. Mi dicono come loro hanno capito il Dio cristiano e mi portano a parlare della distinzione, per loro ardua, tra “Dio sotto le cose ” e “Dio creatore” distinto dalle cose. Il discorso si fa sempre più impegnativo, anche perché prendo coscienza che viviamo in due universi concettuali molto distanti, senza che vi sia un linguaggio comune. I significati delle parole non corrispondono. Padre Claudio Bertuccio, oblato, professore di teologia dogmatica nel seminario di Bangkok, a volte più che tradurre deve spiegare i concetti. Può farlo perché conosce bene il linguaggio e il mondo buddhista. Quando riprendo l’idea del “nulla”, e parlo di Gesù, del suo “nulla”, del legame tra il mistero della trasfigurazione, della crocifissione, della risurrezione, avverto viva la sua presenza tra noi. Al termine della seduta accademica il decano che presiede esprime la gioia per questo momento vissuto insieme: “Si sente che stiamo tutti camminando nelle stessa direzione, anche se per vie diverse. Qui, in questo momento, siamo tutti concordi”. Mentre gli dono un mio libro in inglese, e lui ricambia con un suo libro sul buddhismo, mi sussurra: “Grazie. Oggi ho capito molto più in profondità il cristianesimo”. Alcuni monaci si fermano con noi perché ormai assaporiamo la bellezza dello stare insieme. “Non ci stancheremmo mai di sentire queste cose”, dice un giovane monaco di 22 anni, che continua a farci domande sul cristianesimo. Le ore sono passate in un soffio. Uno dei monaci non vorrebbe più lasciarmi partire e insiste per farmi vedere il campus universitario e il tempio. Congedandomi mi raccomanda di visitare la città e la regione, così da apprezzare la bellezza della Thailandia e la ricca varietà delle sue razze e tradizioni. Sorrido senza dire di no, sapendo che qui si fa così. Ma debbo correre all’aeroporto perché altri incontri mi aspettano. In volo verso Bangkok mi sento inondare da una gioia inattesa: quella di una ferma certezza che quel Cristo di cui ho parlato è una persona viva, l’unica capace di abbracciare in unità culture e fedi così diverse.

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