Al Paradiso e dintorni

Pare che dopo il successo ottenuto con Le lettere di Berlicche (ovvero, istruzioni di un diavolo esperto ad uno novizio per accalappiare le anime), Clive Staples Lewis fosse stato insistentemente invitato a scrivere un’opera che, anziché a quella demoniaca, tentasse di approssimarsi ad una realtà angelica. Pare anche che il celebre professore autore delle Cronache di Narnia fosse piuttosto riluttante ad affrontare un tema così impegnativo. Riluttante, ma tentato dall’idea, visto che finì comunque per scrivere un testo come Il grande divorzio (ora riproposto dalla Jaca Book) nel quale la realtà del paradiso viene presentata – ed è qui lo spunto geniale – nel contrasto col suo opposto, col risultato che anche il discorso sull’inferno ne risulta approfondito rispetto a Berlicche. Inutile dire che anche qui Lewis non pretende di offrire un trattato di teologia, essendo lui soprattutto un romanziere, che attraverso testi fantastici (ma ineccepibili sotto l’aspetto teologico) esprime la tensione dell’uomo verso l’Assoluto e il suo realizzarsi nell’incontro con Dio. Grazie all’espediente di un sogno, protagonista del racconto è lo stesso autore che immagina di accompagnare un gruppo di dannati in libera uscita ai quali, come ultima possibilità di redenzione, è stato concesso di fare un viaggio dalla loro valle dell’ombra di morte fino alla paradisiaca valle dell’ombra di vita. Qui premurosi spiriti beati li attendono per convincerli a uscire dal proprio egoismo e imboccare la via della purificazione, ahimè inutilmente, tranne in un caso. La maggior parte di loro, infatti, non desidera affatto essere salvata, ma continua a rivendicare presunti diritti o addirittura a chiedere garanzie, anelando soltanto a isolarsi nel carcere del proprio io. Sono dialoghi drammatici, nei quali lo scrittore tratta temi direttamente collegati alla vita cristiana: egoismo, legge morale, ingordigia, sesso, cattive abitudini, ipocrisia, scelte, problemi familiari. L’intero sogno rispecchia una convinzione: l’inferno non è altro che l’eternizzarsi di atteggiamenti e comportamenti negativi coltivati nella vita terrena. È l’uomo, insomma, a scegliersi la propria condanna, che non va attribuita al giudizio divino. Lewis sa evocare con immagini folgoranti, appropriate alla sensibilità moderna, ciò che il genio di Dante aveva altrimenti descritto secoli prima. E come il poeta fiorentino, per accedere ai regni ultraterreni, aveva avuto bisogno di guide, egli trova nel poeta George MacDonald, cui deve la propria conversione dall’ateismo al cristianesimo, il duca in grado di rispondere ai suoi quesiti. Altro grande tema, oltre alla libertà, quello dell’amore, che solamente è reale. Per questo – a differenza dei luminosi abitanti del paradiso, chiamati i Consistenti – le anime infernali vengono descritte nel romanzo come ombre lì lì per dissolversi, e quello da loro abitato un non luogo dove, incapaci di comunicare, esse cercano l’isolamento a distanze sempre più astronomiche l’una dall’altra, in case che però non riparano dalle intemperie. Laggiù non esistono fiamme né demoni, si potrà avere tutto quanto a beni materiali, ma solo col pensiero; esistono attrazioni incapaci però di soddisfare e non manca, per ironia, una società teologica. Viceversa, il paradiso (o almeno quello che se ne riesce a cogliere dai suoi dintorni) è descritto in termini di grande concretezza (alle ombre infernali, perfino sollevare una fogliolina caduta per terra costa una fatica immane) e inoltrarsi in questo regno non più di domande ma di risposte, perché la risposta a tutto è Dio stesso, comporta un’esperienza senza fine di gioia crescente e di senso della realtà. Sembra che dopo aver letto quest’opera del 1945, da lui ritenuta il capolavoro di Lewis, il grande teologo svizzero Hans Urs von Balthasar per il quale l’inferno esisteva, sì, ma vuoto (grazie alla misericordia di Dio), abbia cambiato idea, così stringenti gli sembravano le argomentazioni dello scrittore di Cambridge. CLIVE S. LEWIS nasce a Belfast nel 1898. Studia a Oxford, dove si laurea in lingua e letteratura inglese. È del 1929 la sua conversione al cristianesimo. Insegna inglese medievale e rinascimentale a Cambridge, dove muore nel 1963. Autore di romanzi famosi come Le lettere di Berlicche, Le cronache di Narnia, l’autobiografia Sorpreso dalla gioia e la trilogia spaziale Lontano dal nostro pianeta, Perelandra, Quell’orribile forza. Molte sue opere sono state pubblicate in Italia dalla Jaca Book.

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