Al museo giorno e notte

È una delle iniziative dei Musei Vaticani. Ne parliamo col direttore, Antonio Paolucci.
musei vaticani

Il professor Paolucci è un riminese di squisita umanità. Storico d’arte di chiara fama e organizzatore di rassegne impegnative, come quelle attuali di Melozzo a Forlì e del Lotto a Roma. Funzionario, dall’età di 29 anni, del ministero dei Beni culturali; soprintendente a Venezia, Verona, Mantova. Un ventennio a Firenze, all’Opificio delle pietre dure, poi agli Uffizi e ai Beni regionali. Ministro, dal ’92 al ’94. Infine, l’arrivo in Vaticano, nel dicembre 2007.

 

«Ero da poco in pensione, quando il papa mi ha chiamato. Ero felice: per uno storico dell’arte Roma e i Musei Vaticani sono il sogno, come la Scala per un cantante o l’oro alle Olimpiadi per un atleta. Sono entrato nella complessità dei Musei – si nominano al plurale, unici al mondo – perché tutte le forme dell’umana artisticità vi sono raccolte: dal Rinascimento alla statuaria greco-romana; poi, sfilate di arazzi, oreficerie; l’arte egizia ed etrusca, il Museo etnologico missionario, fino all’arte religiosa contemporanea voluta da Paolo VI nel 1973. Chi entra qui dentro ha sotto gli occhi la testimonianza della storia artistica universale. Questo emoziona, dà un senso di responsabilità molto forte».

 

Anche di fronte alle migliaia di visitatori.

«Nel 2010 ne sono passati 4 milioni e 700 mila, il numero massimo in Italia. C’è un problema di manutenzione. È uscita sulla stampa una polemica sulla Cappella Sistina, troppo affollata – fino a 22 mila persone nei picchi turistici –, con le conseguenze negative delle esalazioni umane sugli affreschi. Perciò, stiamo studiando un nuovo progetto per mettere sotto controllo, di temperatura e di clima, questi ambiente preziosi, sottoposti ad uno stress altissimo.

«Ma i Musei vaticani significano anche 620 dipendenti: custodi, restauratori specializzati, personale amministrativo, didattico, ufficio tecnico… Siamo una realtà plurale, in attivo, così da poter sostenere anche la Radio Vaticana».

 

Lei lavora dalle 6 e 30 del mattino, fa la spola tra Firenze, dove vive, e Roma…

«Appartengo a una categoria di persone che nella vita non sanno cosa sia la fatica da lavoro. Mi sono sempre divertito nelle cose che ho fatto: è una grande fortuna. Ricordo, in particolare, i restauri della Cappella Brancacci a Firenze, della Camera degli Sposi a Mantova, di San Francesco ad Assisi dopo il terremoto: mi ha segnato la vita. Tutto rischiava di crollare. Abbiamo sigillato le rotture del soffitto, consolidato il monumento, ripulito gli affreschi: sei mesi prima del tempo stabilito. Noi italiani a volte sappiamo fare dei miracoli».

 

È stato ministro dei Beni culturali.

«Pensavo di poter sistemare tutto. La stanza dei bottoni c’era, ma i bottoni non funzionavano. Una delusione, ma formativa: capisci come funziona la macchina del governo. La situazione dei nostri beni culturali non va bene. Avevamo per anni il primato, nel mondo, dei mestieri artistici – il restauro –, dei saperi – le scienze storico-artistiche e archeologiche. Il personale tecnico scientifico delle soprintendenze era il migliore in Europa. Ora, tutto ciò sta declinando, i concorsi sono rari… I governi pare non s’interessino della cultura. Credo che la decadenza culturale dipenda dall’ignoranza diffusa che c’è nel ceto politico, dove è difficile trovare gente che legge libri e conosce i musei. Dicono che l’Italia sia un Paese in declino. Succede perché siamo passati dalla povertà alla ricchezza improvvisa: non capìta e quindi malissimo gestita».

 

Torniamo ai Musei, di cui ha curato due ricchi volumi, editi dalla Treccani. Quali iniziative le stanno più a cuore?

«La fine del restauro delle Stanze di Raffaello, una mostra nel 2012, anniversario della conclusione della volta di Michelangelo nella Sistina, e poi il restauro dei giardini e delle statue del colonnato del Bernini.

«Abbiamo un ottimo servizio didattico: una cinquantina di laureati, poliglotti, suddivisi per varie fasce di età e interessi, dalle scolaresche agli anziani. C’è una solida tradizione di specialisti che curano la didattica per non udenti e non vedenti.

«Poi c’è l’apertura notturna. Gli italiani che li visitano sono oltre un terzo, seguiti da americani, giapponesi, coreani, russi e cinesi. Per la beatificazione di papa Wojtyla verranno milioni di polacchi. E i romani? Il papa è il vescovo di Roma, le opere d’arte più belle le vuole offrire al suo popolo. Nessun romano si metterebbe in coda insieme a coreani o a messicani; pensano che i Musei siano stati espropriati dai turisti. Aprirli anche di notte vuol dire poterli vedere insieme alla famiglia, agli amici. Si fanno due passi, si visitano i Musei e ogni romano così li sente suoi».

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