Al limite siamo illimitati

Quando riflettere sui fondamenti non è fuga dalla realtà ma modalità per capirsi.
Istallazione alla Biennale 2007

Non è una questione secondaria, quella del limite – frontiera o soglia che sia – per la nostra società post-moderna, post-cristiana, post-tutto. Disincantata. Una società che pretende di aver superato, o quasi, ogni limite, reale o immaginario che sia: «Quella del limite è una domanda che abita la persona umana, anzi la “fa” persona». Ancor di più: «Il limite, in fondo, è quello che la persona è». Questa è la provocazione di Piero Coda, preside dell’Istituto universitario Sophia.

Il limite quindi, secondo il teologo, “fa” la persona; ma anche, analogamente, il non avere limiti, il fatto che l’uomo limitato è chiamato alla “illimitatezza”. Tale vicinanza tra il limite e ciò che lo supera è una intuizione comune delle culture classica, biblica e orientale, testimonianza che lo stesso limite tra le culture, le civiltà o le religioni non è un assoluto in sé, ma un relativo che dà senso alle stesse culture, civiltà o religioni.

 

Per il pensiero teologico, il limite da muro di separazione diventa soglia, come suggerisce la Lettera agli Efesini: «Dio è tutto in tutti». E così «l’infinito si finitizza», direbbe Chiara Lubich.

Questa del “limite-illimitato” è un’esperienza del singolo, ma lo è pure del gruppo, del popolo, del partito, di ogni religione, cultura, civiltà o società. In epoca di trasmigrazioni ed emigrazioni, di incertezze delle forme politiche e della giustizia stessa di talune frontiere, ecco che il limite inteso come frontiera emerge quale simbolo di libertà più che di identità; o, al contrario, come segno di impedimento alla libertà.

 

In epoca medievale – è il politologo Pasquale Ferrara a proporre questa immagine – la torre e il ponte venivano eretti spesso l’una accanto all’altro, marcando così congiuntamente la frontiera fluviale. Esiste una chiara ambiguità in questa associazione della torre (edificio militare difensivo) e del ponte (costruzione di dialogo e collegamento). Il confine è così elemento identitario, ma ovviamente condiviso da chi è al di qua e al là di essa. È identità riconosciuta reciprocamente.

“Limite” è termine che ha assunto diversissimi significati nella storia del linguaggio: spirituali, culturali, etici, giuridici, metafisici. Palko

Tot, linguista ungherese, mette così in evidenza la diversa valenza del termine “limite”: «È una vox media, ma possiede anche una ambivalenza di significato; è cioè “caricato” di una valenza negativa, mentre l’illimitato sarebbe libertà, pienezza, assenza di costrizioni». Ha pure una dimensione fisico-sociale: è una linea di demarcazione, lì dove termina un luogo. C’è pure una dimensione semiotica: è segno visibile che indica una frontiera. C’è poi una linea mentale e morale, linea ideale per mettere limite a un abuso; oppure una velocità che non deve essere superata; o, ancora, una condizione di ciò che supera la normalità.

 

Per i greci era la péras, qualcosa che impedisce l’irrazionalità, ad esempio i limiti della polis che dava diritto alla cittadinanza. Ma la modernità ha così portato l’uomo europeo a coltivare una possente spinta a superare il limite del quale era finalmente cosciente. «La scarsità dei beni a disposizione dei singoli spinge a trovare l’aspirazione all’illimitatezza nel vivere entro limiti precisi per il bene comune», dice Luigino Bruni.

Ma il limite acquista un segno particolare quando entra nel vocabolario della razionalità scientifica. Secondo Sergio Rondinara Galileo non voleva conoscere di un determinato oggetto la sua interezza, ma solo un aspetto, non più l’essenza delle cose ma qualcosa di quelle cose. Il limite che avvertiva nelle capacità di conoscenza dell’uomo lo portava a cercare di spiegare le relazioni tra i fenomeni, lasciando perdere la visione d’insieme.

 

Ma allora, quale sarebbe il fondamento del sapere? È un problema che attraversa tutto il Novecento, perché la razionalità scientifica traccia un confine insuperabile tra Dio (il fondamento) e l’uomo. Ora “tutto l’umano” e “tutto il divino” si toccano nello stesso limite, che in sé contiene il superamento del limite stesso. E allora «conoscere per noi umani significa abitare il limite», come ricorda Rondinara.

 

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