Aiuto: uomo in mare!

Oltre le sentenze che monopolizzano le prime pagine, una decisione del Tribunale di Agrigento ristabilisce un concetto che non sembra più dato per scontato.
cap anamur
Assoluzione con formula piena perché il fatto non costituisce reato. Questa la sentenza formulata dal Tribunale di Agrigento il 7 ottobre nei confronti di tre imputati dell’associazione tedesca Cap Anamur che, nel 2004, raccolsero 37 immigrati naufragati nel canale di Sicilia. L’accusa formulata era quella di “favoreggiamento aggravato dell’immigrazione clandestina” e aveva portato all’arresto  del presidente dell’associazione umanitaria , del comandante e  del primo ufficiale della nave. L’imbarcazione che, al momento del soccorso, stava recandosi in Iraq con vaccini e medicinali, portava il nome stesso dell’associazione sorta originariamente nel 1979 per rispondere all’urgenza di accogliere i “boat people” che fuggivano dal Vietnam.

 

Prima di poter attraccare a Porto Empedocle la nave rimase 21 giorni in acque internazionali in forza di un contenzioso diplomatico insorto tra Italia, Malta e Germania. All’epoca si generò una mobilitazione di associazioni umanitarie e attivisti di ogni parte che riuscirono anche a portare sostegno e aiuti all’equipaggio e agli immigrati in attesa del permesso di sbarco.

I profughi vennero, comunque, subito trasferiti nei centri di detenzione e 35 di loro espulsi verso il Ghana.

 

Al momento della sentenza assolutoria era presente anche una delegazione della città di Lubecca, sede della Associazione, e molti volontari che hanno festeggiato il verdetto anche se il presidente della Cap Anamur, Elias Bierdel¸ha affermato che «C’è poco da essere allegri. Siamo stati sotto processo per cinque anni, soltanto per aver salvato delle vite umane».

Ma il senso di questa sentenza diventa quanto mai attuale, come ha affermato il direttore del Consiglio italiano Rifugiati, Christopher Hein : «Una condanna avrebbe rappresentato un segnale disastroso per tutti coloro che nel Mediterraneo sono esposti quotidianamente al salvataggio di vite umane; chi soccorre le persone in mare avrebbe infatti avuto il sospetto e il timore di compiere un’attività illecita in totale disaccordo con gli obblighi derivanti sia dalla legge internazionale che dall’antica tradizione marittima».

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