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Italia > Rotta balcanica

Ahmed, Loai e l’atrocità nei Balcani

di Marina Del Fabbro

Marina del Fabbro è presidente dell’associazione cattolica degli insegnanti di Trieste (UCIIM). Ogni settimana incontra due giovani egiziani nella scuola dove insegna italiano, Ahmed e Loai. La loro storia è un ponte alla realtà che si vive nella rotta balcanica, piagata di violenza e trattamenti disumani.

Un migrante in un campo improvvisato con teli di plastica e rami di alberi in una foresta fuori Velika Kladusa, Bosnia, gennaio 2021 (AP Photo/Kemal Softic)

Ahmed e Loai sono due ragazzi egiziani appena diciottenni, arrivati in Italia da poco, che incontro due volte a settimana alla scuola Penny Wirton. Il papà di Ahmed, nel delta, costruisce impalcature, lavora tanto ed è pagato poco. Il papà di Loai, nel Fayoum, deve mantenere moglie e figli impastando concime. Loro volevano una vita migliore.  Ancora minori, sono partiti. Questo il loro racconto, tra parole e gesti.

“Avete mai raccontato del vostro viaggio a qualcuno?” “Nessuno chiesto.” “Neanche i genitori?” ” Loro detto tutto bene, tutto bene, stare bene!” “Dite a me…” “Dall’Egitto in Italia. In Turchia in aereo, poi a piedi: due mesi, camminato tanto.” “Per mangiare, bere, dormire?” “Mangiare… bere acqua in terra, dormire in bosco.” “Come sapevate la strada?” “GPS, ma portato via cellulare tante volte.” “E allora, come avete fatto?” “Tra alberi con siriani, famiglie, bambini, gruppo…” “In Grecia via vestiti, tutti vicino al mare e spinti in acqua.” “Ma Ahmed, tu non sai nuotare, come hai fatto…?” “Amici preso…” “Avete avuto paura?” “Freddo, tanto, tanto freddo, lui tremare come gallina, io no, paura mai, maschio egiziano no paura.” “Nessuno vi ha fermato?” “In Albania persone con ferro. Loai su braccia, Ahmed in testa, non capire più niente in Croazia. Picchiati tutti.” “Anche i bambini piccoli?” “No, bambini via.” “E i vestiti, dove li avete presi?” “In campi…” ” Adesso noi in Trieste, ma amico non passare, rimane un anno”.

Significativa combinazione: il mercoledì in cui abbiamo avuto questa conversazione era il 27 gennaio, Giornata in cui tutti ricordiamo i milioni di sterminati nei lager, vittime sì dei nazisti ma anche della colpevole, vergognosa indifferenza di tanti che sapevano ma hanno guardato altrove perché la cosa “era fuori dal loro personalissimo vissuto“.

Non aspettiamo un’altra crudele strage per istituire un’altra giornata della “Memoria balcanica” e, soprattutto, per vergognarci della nostra indifferenza: decine e decine di Ahmed, Loai, Mustafa… sono qui, tra noi, e altrettanti si trovano ancora tra Albania, Grecia, Serbia… acquattati nei boschi, senza abiti, bagnati, derubati, manganellati… mentre noi “guardiamo altrove”.

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