Adriano e Kakà, uno va uno resta

Riassumendo in poche parole la valutazione dei media italiani sui due “personaggi”, tutto è nero e bianco: Adriano è il ragazzo che viene dalla favela e che si trova a fare una carriera strepitosa con il suo talento calcistico: soldi, donne, vizi. Insomma, genio e sregolatezza.

Kakà è il ragazzo che viene dalla classe media, con alle spalle una buona educazione, vissuto a Morumbi, quartiere-bene di San Paolo. Anche lui carriera strepitosa con tanto talento: genio e disciplina.

 

Per una brasiliana come me che vive in Italia da molti anni, la cosa è un tantino diversa.

Adriano viene dalla favela Cruzeiro do sul (già, anche le favela hanno un nome). Ma la favela non è solo violenza e droga. Lassù c’è molta autenticità. Il male è male e il bene è bene. E il bene, perché emerge in mezzo al male, è vero: semplicità, solidarietà, amicizia, amore. Queste cose Adriano aveva nel suo bagaglio quando è arrivato, appena un ragazzo, in Italia. Gli hanno riempito le tasche di soldi, gli hanno dato il nomignolo di imperatore, l’hanno osannato per le sue prodezze e lui ha creduto che c’era un altro mondo per lui. E vi si è buttato dentro a capofitto. Arrivato in fondo si è trovato solo e infelice. Sì, infelice!

Ogni volta che torna in Brasile sale nella sua favela e lì si sente meglio. Si mette un bermuda, un paio di sandali e va a giocare a pallone con i bambini. Ci manda un bel messaggio: i soldi non sono tutto, neanche per un ragazzo di favela. Adriano vuol essere felice e gli mancano le cose della sua infanzia. E prende la sua decisione: niente più Italia, va nella squadra del Flamengo (pochi soldi) e vuole ritrovare la gioia di giocare a pallone. Perché per un brasiliano il calcio è gioia, è arte, è perfezione. Adriano ha detto tutto questo così: «Amo la mia favela e non la cambio per nulla al mondo».

 

Quanto a Kakà, la vita gli è stata benevola, ma c’è qualcos’altro: un salto dentro la piscina, la testa sul cemento e laggiù la percezione dell’amore di Dio che gli ha salvato la vita. È uno choc, che lui definirà un incontro, che cambia la sua esistenza e fa di lui un discepolo di Gesù, un testimone del Vangelo. Ecco il suo segreto, che lo riempie di felicità, di serenità. È corazzato Kakà. Il suo sorriso e la sua gentilezza lo dimostrano.

 

Due storie diverse. Due autentici giovani del calcio talentuoso di cui noi tutti – noi a cui piace il calcio – desideriamo continuare a godere.

 

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