Adesso mi chiama zia

Sanità
Ha appena compiuto tre anni, è tanto simpatico ed intelligentissimo e non mi sembra vero di vederlo correre per casa il giorno della sua festa circondato dall’amore dei suoi genitori adottivi e di tutta la famiglia: un bimbo abbandonato, nato prematuro e con alcuni problemi di salute. Quando è stato ricoverato nel mio reparto aveva solo pochi vestitini ricevuti in regalo da alcune infermiere. In attesa di comprarne degli altri una sera, mentre ero di guardia, glieli ho rammendati. Ho messo a frutto così la mia professione di chirurgo: i rammendi non si vedevano per niente! Era importante però rabberciare… la sua vita. Ricordo che durante l’intervento ha rischiato di morire per una complicazione respiratoria, io ero lì, vicino a lui, perché non aveva nessuno al mondo e me ne sentivo responsabile. Sono intervenuta ed il problema si è risolto. È da allora che lo sento un po’ figlio mio, da quando ha ripreso a respirare normalmente. Era fondamentale però trovare per lui una famiglia che fosse capace di prendersene cura, dati i suoi problemi, e che ne chiedesse intanto l’affidamento. Non era semplice. In genere le famiglie che si rivolgono al Tribunale dei minori per l’adozione chiedono dei bambini sani. Quando ho saputo di una coppia che mi pareva proprio adatta ho parlato loro di questo bambino. Sono venuti in ospedale a conoscerlo e subito hanno provato per lui tanta tenerezza. Ad un certo punto però sembrava che anche loro si arrendessero davanti ad un problema di salute del piccolino. Ricordo quel momento difficile, quel lungo colloquio nel quale la scelta di accettare un figlio così come arriva, così come si accetta un figlio naturale, è diventata per loro veramente come il momento del parto. Ora sono tutti felici, il bimbo sta veramente bene. A me resta la gioia di vedere un bimbo tanto amato e che mi chiama zia quando mi accoglie e mi mostra i suoi giocattoli. Un pianto liberatore Non posso dimenticare quel giorno: il dialogo con i genitori di un bimbo nato con gravi malformazioni renali. La madre piange: quel bambino così atteso da lei, così desiderato, è grave e l’intervento che viene prospettato probabilmente servirà solo ad allungargli la vita, ma non gli consentirà una vita normale. Eppure lei guarda il bambino con amore: è suo figlio e lei si sente pronta a tutto, pur con lo strazio nel cuore. Il padre è raggelato, non solleva lo sguardo ed è deciso a non dare il consenso per l’intervento. Quel bambino non vuole neanche vederlo ed oppone un netto rifiuto. Vedo sgretolarsi davanti a me l’unità di quella famigliola, nella quale il dolore sta creando una frattura profonda. Io sono solo un medico ed il mio parlare non può forse entrare nella loro intimità, non può scavare nella coscienza, non può in- fluenzare le scelte. Mi sento impotente ed istintivamente comincio ad accarezzare il bambino che mi appare assolutamente indifeso. Il padre intravede quel gesto e mi interroga: Lei cosa farebbe al mio posto?. Non è facile dirlo, non si può immaginare realmente lo stato d’animo di chi si trova in quella situazione. Comincio a parlare: proprio in quei giorni sul giornale era apparsa la notizia di una madre che in un tentativo disperato si era gettata giù dal balcone per cercare di afferrare il bambino caduto accidentalmente. Erano morti entrambi, ma l’amore aveva reso quel gesto pieno di significati. Il padre alza lo sguardo verso sua moglie: i due si abbracciano e questa volta anche lui piange. Poi mi dice che firmerà il consenso e che vorrà essere lui stesso a donare il sangue per suo figlio. Quel collega difficile Le più grandi difficoltà al lavoro le incontro con i colleghi. Non parliamo poi di un certo collega. Alla fine del mese, quando si devono preparare i turni di servizio del mese seguente, comincia a lamentarsi e ad urlare per delle ingiustizie fatte, secondo lui, nei suoi confronti. In realtà non è affatto vero quello che dice. Il problema è che siamo in pochi ed i turni sono pesanti per tutti. Bisognerebbe chiedere che vengano a lavorare altri medici strutturati. Quel giorno urla e se la prende con me che ho compilato i turni, lanciandomi delle accuse gravi; io rispondo cercando di mantenere la calma, ma quello che dice mi ferisce profondamente. In fondo è un debole, penso, e, non avendo il coraggio di protestare con il primario e con l’amministrazione, se la prende con me. La sera vado in chiesa. A Gesù posso confidare le mie difficoltà. Ascolto quella frase del Vangelo: Se qualcuno ha qualcosa contro di te…. Mi ricordo che il collega è di turno di notte: compro dei dolci e glieli porto. Mi vede da lontano con il mio pacchetto e mi viene incontro abbracciandomi. Un miracolo? Non ero presente quando, nella fase esplorativa dell’intervento di quella signora, era stato emesso il giudizio di inoperabilità. Rimane in reparto sofferente, itterica. Dopo qualche giorno diventa difficile prenderle le vene e viene dato l’ordine di non preparare una vena chirurgicamente e di lasciarla senza terapia infusionale: Tanto non aveva senso che vivesse ancora alcuni giorni, io non potevo accettarlo. La sua vita valeva. E poi conoscevo la sua storia: rimasta vedova giovanissima con una bambina, aveva fatto crescere questa figlia con tante difficoltà. Ora la figlia aveva vent’anni, stava per sposarsi, il matrimonio era fissato dopo venti giorni. Per lei sarebbe stato importantissimo esserci per quel matrimonio. Coinvolgo le infermiere, parlo loro di quella storia: Se potesse vivere ancora… magari solo per un mese! . La signora riusciva solo ad ingerire dei liquidi e ci si organizza di turno in turno perché di nascosto possa avere sempre del latte. Piano piano la signora è andata migliorando, l’ittero è regredito e, anche se quel che è successo nessuno di noi medici riesce a spiegarlo, è guarita, ha potuto partecipare al matrimonio, ha visto nascere il nipotino ed ha vissuto ancora lunghi anni.

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