Addio a Quino, il papà di Mafalda

Joaquín Salvador Lavado, in arte Quino, creò nel 1962 questa arguta bambina, in cui tutti ci riconosciamo per i chili di troppo, i capelli arruffati, le amicizie difficili, l’incomprensione degli adulti. Ma soprattutto per la sua tensione ideale e morale per l’uguaglianza fra tutti gli esseri umani, un mondo di pace e di fratellanza, il senso della giustizia e della speranza.

Quino, il papà di Mafalda non c’è più, morto ieri a 88 anni, ma il suo personaggio gli ha assicurato l’immortalità. Con lei, il grande disegnatore argentino lascia un’eredità speciale nella storia del fumetto e dell’umanità. Con una intuizione inedita e coraggiosa Joaquín Salvador Lavado, in arte Quino, ha legato il mondo dell’infanzia con quello della critica e della polemica.

Nei turbolenti anni Sessanta, Quino ha “capito” che la contestazione non è prerogativa dei giovani, che anche una semplice bambina, piena di sogni e di buon senso, può sbattere in faccia agli adulti i loro difetti, i loro limiti, una verità che fa male. Le sue “armi” migliori sono il candore, l’ironia, la sincerità. Un personaggio totalmente nuovo e rivoluzionario, dunque, nato per uno spot pubblicitario, ma che poi, con le strisce apparse sui giornali e sui libri, ha fatto diventare il suo autore l’umorista di lingua spagnola più tradotto al mondo.

Appartenente a una famiglia di immigrati spagnoli e orfano di padre a soli 14 anni, Quino scopre la passione della sua vita grazie a uno zio grafico. Ideò Mafalda nel 1962, per poi scalare lentamente le vette del successo planetario. Il debutto in Italia risale al 1968. Umberto Eco, sempre sensibilissimo a registrare con acume le novità in campo fumettistico, la notò subito. «Nessuno ormai nega – scrisse l’illustre semiologo – che il fumetto sia (quando raggiunge alti livelli di qualità) una spia del costume: e in Mafalda si riflettono le tendenze di una gioventù irrequieta, che qui assumono l’aspetto paradossale di un dissenso infantile, di un eczema psicologico da reazione ai mass media, di un’orticaria morale da logica dei blocchi, di un’asma intellettuale da fungo atomico. Siccome i nostri figli si avviano a diventare – per nostra scelta – tante Mafalde, non sarà allora imprudente trattare Mafalda col rispetto che merita un personaggio reale».

Tutti si riconoscono in Mafalda, perché tutti vivono le sue piccole-grandi battaglie quotidiane: i chili di troppo, i capelli arruffati, le amicizie difficili, l’incomprensione degli adulti. Ma soprattutto la sua poetica parla di rispetto e amore per l’infanzia, per i suoi diritti, per quelli che tante volte gli adulti considerano “difetti” (la paura di fallire o l’ansia di superare un ostacolo). E per la sua tensione ideale e morale, primigenia e fortissima, che poi purtroppo si affievolisce quando diventiamo “grandi”: l’uguaglianza fra tutti gli esseri umani, un mondo di pace e di fratellanza, il senso della giustizia e della speranza.

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