Acqua tra le terre

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Era appena svanita la possibilità di ospitare la prossima Coppa America di vela del 2007 quando a Napoli si è tenuto un evento ben più importante dei giochi miliardari di Bertarelli. 2-3 dicembre: vertice Euromed, e cioè la sesta conferenza Euromediterranea dei ministri degli Esteri dei 15 paesi dell’Ue e 12 della sponda meridionale del Mediterraneo (Israele, Anp, Libano, Siria, Egitto, Giordania,Algeria, Marocco,Tunisia, Malta, Cipro, Turchia). A otto anni dal partenariato intermediterraneo di Barcellona, Napoli – in piena vocazione di città aperta – fa da cornice ad una sfida che, se è andata in porto, lo deve anche ad una coraggiosa mozione bipartisan presentata alla Camera nel luglio di quest’anno, che si impegnava a favorire la nascita dell’Assemblea parlamentare euro-mediterranea. Ne abbiamo già parlato da questo giornale (cfr. Città Nuova n. 14/2003), per sottolinearne la trasversalità e la successiva ampia approvazione della Camera e del ministero degli Esteri Frattini. La prima sessione di questa nuova istituzione, che prevede il numero (paritetico) di 240 euro-deputati e 240 della sponda sud, si terrà entro maggio 2004, in Grecia, ma Napoli si è già candidata come sede permanente di questo nuovo Parlamento Mediterraneo. Risultati di Euromed? Intanto il clima: corretto, aperto, costruttivo (chi dice che l’aria di mare fa male?). Poi un testo conclusivo con elementi che fanno sperare: Premessa per la pace è la tolleranza, con la comune volontà di opporsi all’antisemitismo, alla xenofobia, all’islamofobia (notevole quest’ultima affermazione). Altro aspetto positivo: si è subito preso il toro per le corna, affrontando tra le altre la questione medio- orientale, ribadendo un forte sì alla Road Map come unica via possibile per Israele e Anp, un no al muro in Israele, e un altrettanto deciso sì alla lotta al terrorismo. Inoltre ne esce rafforzato quel fondo di investimento che potrà costituire il primo nucleo della futura Banca Euro-Mediterranea, coscienti che la disparità economica e di sviluppo è il terreno più fertile per la guerra. A Napoli si è respirato, nasce un nuovo originale spazio di dialogo, si sono mossi passi concreti per una partnerschip di solidarietà mediterranea per tessere brani di fraternità in un’area culturalmente così unica. È segnale importante. Soprattutto perché si affronta la questione dal verso giusto, quello del dialogo inter-culturale e interreligioso tra l’Europa e i popoli dell’area sud del Mediterraneo, da tremila anni varietà unica di inquilini affacciati sullo stesso cortile, visto che gli inquilini sono quelli che sono (popoli, religioni, civiltà) e il cortile si chiama Mediterraneo. Che la questione mediterranea soprattutto nel suo aspetto nord/sud (questione islamo-cristiana) e non solo est/ovest fosse un nodo cruciale per la storia era stato ben intuito da un profeta del nostro tempo, Giorgio La Pira. Acuto come un arabo e saggio come un greco, leggete cosa scriveva al papa già nel ’58, in piena crisi d’Algeria (vedi riquadro). Se è vero che le geo-politica aiuta a formulare analisi più acute e pertinenti delle realtà di popoli e nazioni, forse – per chi crede ad un possibile diversa concezione dei rapporti tra popoli – anche la peculiarità dei confini tra gli stati potrebbe essere considerata più attentamente, non solo come somma di limiti geografici imposti dalla natura. Parlando del mare: rappresenta esso un confine? Sì, certo. E si capisce. Ma nel nostro immaginario è ancora fin troppo stigmatizzato – con una banalità oggi sconcertante – solo come un vulnus nella pelle delle nazioni, un deprecabile buco nelle difese del proprio territorio da cui temiamo l’arrivo di nuova barbarie. E allora giù sempre con nuove motovedette, avvistatori marittimi, difese della costa, intercettazioni” Ma la vocazione del mare non sarà forse altra? Forse proprio per la sua liquidità, instabilità, insicurezza il mare non è stato solo sinonimo di scorrerie e terrore, ma anche e soprattutto di medium, comunicazione, accoglienza, dialogo, scambio, transito, vincolo, traffico, ricchezza, alimento. “Paese dalle leggi dure ma semplici, che non bara mai, immenso e senza frontiere” come lo definiva Bernard Moitessier, ogni mare è sempre stato uno scambiatore di civiltà e di cultura, anche quando gli uomini vi hanno scritto le pagine più terribili, come per la tratta degli schiavi d’Africa. Sommamente vero, tutto ciò, per il Mare nostrum dei romani, acqua tra le terre, luogo di navigazioni di tutti quei popoli che – nei millenni – hanno antropizzato e civilizzate le coste di tre continenti con una ricchezza di inter-scambi culturali, di tecniche, di competenze, di lingue, di idee, di religioni che non ha eguali – credo – nella storia dell’umanità. Perché ostinarsi a rimuoverla, questa ricchezza, con operazioni di chirurgia della memoria, negando una comune mediterraneità? Un serbatoio di miti fondanti, di storia e leggende nate dai popoli delle sue sponde (greci, cartaginesi, fenici, arabi, aragonesi, catalani, turchi) accomuna la gente di mare e di costa molto più di quanto non si immagini. La contaminazione culturale avvenuta non nonostante, ma grazie al Mediterraneo, ha generato una unità mediterranea che, pur declinata in una straordinaria diversità di popoli, tradizioni, culture, può effettivamente rappresentare un fulcro di nuovo dialogo. Chi ha avuto occasione di navigare costa-costa, come nel Mediterraneo degli antichi (quando navigare significava muoversi lungo il litorale, come i granchi di scoglio in scoglio come recita un antico adagio marinaro della Provenza), e transitando si è confrontato con venti, onde, scogliere, secche, condizioni meteorologiche avverse, e ha sperimentato la gioia di arrivare in porto, non può non aver fatto caso anche ad una unità morfologica del nostro mare, a quei segni mediterranei inconfondibili, che ci dicono casa comune: le rocce, le coste, i promontori, la posizione dei fari, la vegetazione, (il Mediterraneo è là dove cresce il pino e l’olivo), la sua macchia con i profumi di resina e mirto, la dinamica della vita nei porti, le tecniche di navigazione a vela, le strategie di pesca. Certo: la storia delle due sponde per secoli si è radicalizzata in una guerra di religione (e conflitto di civiltà) risoltasi non certo col dialogo. Lepanto docet. Eppure se si vanno a studiare proprio le vicende della marineria di ogni tempo e l’aspetto mercantile della navigazione ci si conferma nell’idea che anche nei momenti più oscuri non è cessato un quotidiano e silenzioso contatto tra i popoli che continuava a tessere la tela della nostra storia. Per questo piace immaginare il mare – oltre che preziosissimo habitat -come una immensa liquida biblioteca che aspetta di essere riletta per ritrovare radici comuni. Radici leggere, che non lasciano tracce evidenti, perché il mare è soprattutto grembo, matrice, madre. (Forse per questo non c’è popolazione affacciata sul mare che non ami e custodisca gelosamente una sua Madonna, arricchendo di ex-voto marinari a lei dedicati le sue chiese?) La testimonianza più bella sull’immenso passato del Mediterraneo è quella che fornisce il mare stesso. Bisogna vedere il mare, e rivederlo. Naturalmente esso non può spiegare tutto di un passato complesso, costruito dagli uomini con una dose più o meno elevata di logica, capriccio o aberrazione, ma rimette con pazienza al loro posto le esperienze del passato, restituendo a ognuna i primi frutti della sua esistenza, e le colloca sotto un cielo, in un paesaggio che possiamo vedere con i nostri occhi, uguali a quelli di un tempo” . (Fernand Braudel, Memorie del Mediterraneo) A Pisa si è appena conclusa una mostra sul Mediterraneo. Navi, portolani, ancore, anfore, e tanti documenti, polarizzati lì dall’eccezionale ritrovamento di moltissimi relitti di navi nell’antico porto di Pisa. Tra i documenti due tra tutti. Una lettera di Berta, figlia di Lotario, marchesa longobarda di Toscana – siamo nel 906 – che scrive al califfo di Baghdad, un certo Muktafì, con accenti di enorme stima per la civiltà e per l’ospitalità squisita che i suoi mercanti hanno trovato presso di lui. Oppure -siamo nel 1133 – una bolla (in arabo) con un lasciapassare stipulato con il sultano del Marocco. La conoscenza – pur mercantile – già generava rispetto 1100 anni fa. È proprio l’unità nella diversità come cifra caratteristica del Mediterraneo che fa apparire il vertice Euromed segnale idoneo e più che attuale per tentare di tracciare una nuova originale rotta nel lavoro di tessitura all’interno dell’area mediterranea. Solo speranza? Dipende da come si guardano le cose. Le carte in regola ci sarebbero tutte. UN’ENERGIA LIBERATRICE “Questo tempo nostro è singolare: presenta per la prima volta, in termini totalmente nuovi, il problema dei rapporti fra cristianità e Islam; fra cristianità ed Israele; fra cristianità e tutto il mondo dei gentili: e lo presenta in termini anche politici di estrema importanza. (“) il problema algerino polarizza tutto il mondo arabo ed islamico: ed è un pernio della intiera politica comunista e della intiera dinamica della storia! E noi?” diciamolo con cristiana franchezza: come è meschina questa politica dell’Occidente! È senza gusto; senza proporzioni; senza ideali. Ci vuole altro che il petrolio per contrapporsi alla fermentazione nazionale e religiosa che sta animando con ritmo ogni giorno più accelerato i popoli arabi ed i popoli tutti africani ed asiatici! Ed allora? Ai popoli dell’Islam che si arroccano, pregando, attorno alle loro moschee cosa contrappone l’Occidente c.d. libero? (“) La sola risposta efficace è di natura ideale, mistica (“). Occorre una energia liberatrice: energia di dono, di giustizia, di conversione a Dio, che vuol dire fraternità effettiva degli uomini: energia fatta per servire e non per essere serviti. Ideale astratto? Mito di poeti? No: è il solo ideale capace di operare in concreto anche la salvezza dell’Occidente stesso, e la ripresa del suo servizio di pilotaggio per il mondo intiero. Giorgio La Pira, lettera al papa del 18.04.1958.

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