Accerchiati dalle bottigliette

Bere molta acqua fa bene. Quella del rubinetto ancora di più. Economica e di qualità. E non inquina. È la scoperta di tanti. Ristoratori compresi.
Bottiglie Acqua

Ormai è diventata la compagna fissa. In estate ancora di più. La bottiglietta d’acqua minerale costituisce un simbolo popolare dell’attenzione al proprio corpo, perché «bere molto» è la raccomandazione ripetuta di medici e dietologi, cui si aggiungono le voci suadenti delle sirene della pubblicità, secondo le quali si diventa belle dentro e si evitano elementi nutritivi come sodio, magnesio e potassio. Non importa se all’Istituto nazionale di ricerca su alimenti e nutrizione chiariscono che «il litro d’acqua al giorno che beviamo non fa la differenza, è piuttosto la dieta da modificare».

Nel periodo estivo, nonostante la crisi, si andrà al ristorante o in pizzeria. Il cameriere proporrà subito: «Liscia o gasata?», ma nessuno si sogna che offra acqua del rubinetto: suonerebbe come un’infelice anomalia dell’esercizio. Così viene servita acqua minerale senza obiezioni dei clienti perché alternative non sembrano possibili.

Gli italiani sono così schizzati ai vertici mondiali del consumo di acqua in bottiglia – 12,4 miliardi di litri, cioè 196 litri a persona nel 2007 –, preceduti solo da Emirati Arabi (260 litri) e Messico (205), mentre negli Usa si preferiscono le nefaste ipercaloriche bevande dolcificate.

La scoperta della plastica – il Pvc prima e il Pet poi – ha ridotto i costi di produzione rispetto al vetro, favorendo un utilizzo sempre più diffuso della minerale, tanto che dal 1980 ad ora il consumo è triplicato.

L’acqua in bottiglia è diventata un fenomeno di massa e un filone d’oro per le aziende imbottigliatrici, che attingono a 192 fonti e commercializzano 321 marche, con un giro d’affari di 2,25 miliardi di euro nel 2007 a fronte di canoni spesso modesti o irrisori pagati a Regioni o Province.

 

Insomma, siamo un Paese in bottiglia, e il motivo risiede nella sfiducia della qualità dell’acqua pubblica. Eppure è una percezione che, obiettano gli esperti, non coincide con la realtà, perché le amministrazioni locali sono tenute per legge ad effettuare continue analisi e a rendere pubblici i risultati. Se problemi ci sono, vanno ricercati nel cattivo stato di conservazione dell’autoclave, dei cassoni del condominio e delle tubature di casa. L’acqua di Roma e dell’Acquedotto pugliese vantano, dati alla mano, alcuni valori migliori delle più rinomate sorgenti idriche. E non sono le sole.

Prova ne è il ritorno all’adozione dell’acqua del rubinetto da parte delle mense scolastiche in un numero crescente di città, da Roma a Milano, da Torino a Firenze, oltre a centri minori.

Cos’è successo? Data la qualità dell’acqua comunale, le amministrazioni hanno deciso di risparmiare sul prezzo della minerale (sino a 1000 volte più elevato di quella del rubinetto) e sul costo dello smaltimento dei contenitori. A questi conti va aggiunta una coscienza ecologica che si va facendo strada: per produrre le bottiglie servono ogni anno 350 mila tonnellate di Pet e 665 mila tonnellate di petrolio, con un’enorme emissione di gas serra; le bottigliette vengono spesso abbandonate, deturpando l’ambiente, mentre solo il 35 per cento delle 200 mila tonnellate annue viene riciclato, il resto è smaltito a spese della collettività; inoltre, il 18 per cento della minerale viaggia su ferrovia, mentre il resto viene trasportato con i camion, con relativo consumo di gasolio e inquinamento dell’aria.

 

Ad aggravare la situazione concorrono le scelte dei consumatori che, ad esempio, a Genova possono prediligere una nota acqua della Basilicata (847 chilometri distante) o a Napoli una minerale dell’arco alpino (894 chilometri più in su). Insomma, non sembrerebbe opportuno far attraversare il Paese alla bottiglia che si mette in tavola, quando si può scegliere quella di una fonte della regione.

L’acqua del rubinetto sta lentamente riconquistando posizioni, anche grazie al concorso di iniziative realizzate in varie città e alla campagna nazionale, denominata “Imbrocchiamola” (www.imbrocchiamola.org), avviata dalla rivista Altreconomia e da Legambiente. L’obiettivo è sensibilizzare i gestori di ristoranti, pizzerie e bar a servire in brocca l’acqua del rubinetto e rendere consapevoli i clienti che chiederla non è una scelta da taccagni ma da sostenitori dell’ambiente. Oltre 1.500 sono i ristoranti già aderenti all’iniziativa.

Il cameriere non può opporre un no, perché l’acqua utilizzata nel locale deve essere potabile e non esiste alcun obbligo di legge a vendere acqua minerale in bottiglia. Infatti, è stato chiarito il dispositivo del decreto del ministro Marzano del 2005 e da allora è consentita di nuovo «la somministrazione di acqua sfusa».

 

Tutti soddisfatti del recupero del rubinetto? Nient’affatto. Tanto che è in corso una polemica che ha portato ad un esposto alla Procura di Roma. È successo che in maggio il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo in cui, citando in anteprima i risultati di una ricerca dell’università di Napoli Federico II, viene fatto presente che in Italia in una casa su quattro c’è acqua contaminata.

Pronta la risposta di Legambiente e Altreconomia: chiedono che sia resa pubblica la ricerca e verificati i risultati, altrimenti o siamo all’emergenza sanitaria o va punito chi genera allarme ingiustificato.

«Noi recuperiamo l’acqua in giacimenti sotterranei profondi e incontaminati e la imbottigliamo alla fonte – ha illustrato recentemente Ettore Fortuna, presidente di Mineracqua, l’organizzazione delle aziende del settore –, mentre quella delle municipalizzate ha le provenienze più disparate». Replica Giorgio Zampetti, coordinatore dell’ufficio scientifico di Legambiente, spiegandoci che «l’allarme è infondato perché l’acqua del rubinetto deve rispondere ai requisiti stabiliti perché possa essere destinata al consumo umano».

La riscoperta dell’acqua comunale è un fenomeno non solo di casa nostra. A New York il sindaco Bloomberg ha preso le distanze dall’acqua minerale e sostiene quella pubblica, mentre a Parigi l’amministrazione locale, dopo aver ceduto ai privati i suoi acquedotti, pochi mesi fa ne ha ripreso il controllo.

Buona estate, allora, conservando in borsa o nello zaino una bottiglietta. Da riempire al rubinetto. La salute, l’ambiente e il portafoglio saranno grati.

 

Milano da bere

 

A Milano le caraffe stanno pian piano comparendo sui tavoli dei ristoranti. Grazie anche alla collaborazione di MM, la società che gestisce il servizio idrico in città, sono attualmente una cinquantina i locali reclutati per “Imbrocchiamola”. L’azienda si è infatti impegnata a fornire ai ristoratori brocche targate MM e un espositore su cui mettere in vista le analisi quotidiane dell’acqua. «Da tempo MM intendeva incentivare il consumo dell’acqua di rubinetto – spiega Barbara Maggetti, direttrice di Legambiente Lombardia –, così le esigenze si sono incontrate». I ristoratori, nella maggior parte dei casi, hanno accolto con slancio la proposta: «Siamo stati contattati per telefono – raccontano dall’Osteria dei poeti di Corso Garibaldi – e abbiamo aderito subito, anche perché l’acqua di rubinetto ci piace». «È una buona idea – confermano dal Grand’Italia di via Palermo – un servizio in più offerto al cliente». Non manca chi si è fatto convincere da ragioni più pratiche: «Il vantaggio – osservano all’Osteria del Teatro di via Pastrengo – è aver eliminato il problema dello smaltimento delle bottiglie. Servire l’acqua di rubinetto gratis non è affatto una perdita».

Convinto chi sta dietro il banco, resta da convincere chi siede al tavolo. «All’inizio le caraffe erano poco richieste – raccontano al Grand’Italia – ma poi i clienti hanno scoperto le virtù della brocca, sebbene alcuni continuino a credere che l’acqua del rubinetto non sia buona». «Al massimo – osserva la Maggetti – può esserci qualche problema di sapore legato alle tubature di alcuni edifici».

Chiara Andreola

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