Accanto alla persona malata

«Valorizzarne le risorse, accoglierne la rabbia, ascoltarne la storia», suggerisce Donato Cauzzo.
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In Italia le cifre ufficiali parlano di circa 110 mila ricoveri per lungodegenza nel 2009, di milioni di malati psichici e di 250 mila terminali. Considerando che aumenta anche la percentuale di popolazione ultrasettantenne, il peso di assistenza e cura che ricade sulle famiglie non potrà dunque che aumentare. Oltre ai necessari interventi pubblici, a livello sanitario e sociale, è importante allora anche affinare la nostra capacità di stare accanto a chi soffre. Ce ne parla padre Donato Cauzzo che insegna teologia sanitaria al Camillianum di Roma, facoltà unica al mondo, con studenti che arrivano da tutti i continenti.

 

«Ci sono persone che inaspriscono il malato mentre lo assistono, aumentano la sua aggressività, non accontentano il suo bisogno di sapere, di essere coinvolto nella relazione terapeutica. Invece la prima terapia che posso offrire al malato è la mia persona. La cura non è, infatti, un’offerta tecnica o la prescrizione di un farmaco; bisogna far crescere la relazione tra le due persone. Anche come sacerdote, non vado dai malati per fare supporto psicologico, né consulenza clinica, e neanche posso accontentarmi di offrire i sacramenti a nome della Chiesa, come fossero un francobollo. Sono io il primo sacramento della vicinanza della comunità cristiana, della comprensione e misericordia di Dio.

 

«Altra cosa importante che ho capito in tanti anni accanto ai malati, è valorizzare le risorse già presenti in loro. A volte, soprattutto nella fase più grave, il paziente tende ad appoggiarsi a coloro che lo assistono e curano, medici o parenti o al sacerdote, demandando a lui il rapporto con Dio. Una frase tipica che mi sento rivolgere è infatti: “Padre preghi per me, lei che è più vicino a Dio. Io sono un peccatore”. In questi casi, potrei rispondere: “Stia tranquillo, pregherò per lei”. Posso invece puntare a far emergere in lui il valore della dimensione religiosa che ha già dentro di sé e rispondere: “Lei mi chiede di pregare perché ritiene che la preghiera possa essere un aiuto importante”. Allora lui magari comincia a dirmi: “Sì, tante volte nella mia vita ho pregato…” e mi parla della sua religiosità. Lui stesso non ne era così consapevole prima.

 

«Un’altra frase tipica è: “Da vari giorni mio figlio non viene a trovarmi”. Potrei dirgli: “Ma è proprio ingrato questo figlio, non si rende conto di quanto lei avrebbe bisogno di lui!”. Invece rispondo: “Sta dicendomi che per lei è un grande appoggio poter contare sui suoi figli”. E lui comincia a parlarmi del suo rapporto con loro. È incredibile quanto sia liberante per un malato parlare, poter raccontare il bene fatto ai propri figli a qualcuno che lo apprezza. È più terapeutico di una medicina. Tu non hai risolto niente, non hai convinto il figlio ad andarlo a trovare, eppure l’altro alla fine esclama: “Grazie padre, mi ha aiutato tantissimo!”. Gli uomini di solito preferiscono raccontare ciò che hanno fatto nella vita, mentre le donne ciò che riguarda il mondo dei sentimenti e la famiglia.

 

«Mi capitano anche malati pieni di rabbia, oppressi da una diagnosi infausta, con sintomi faticosi da sopportare, appesantiti da esperienze negative con i parenti, le infermiere scontrose, i medici che non ascoltano. Tempo fa uno mi diceva: “Sembrano tutti contro di me, non mi capiscono, le infermiere arrivano sempre in ritardo quando le chiamo”. Cosa farebbe il visitatore normale? Direbbe: “Ma certo, questa sanità fa schifo, lei ha ragione, a loro non interessa niente, è successo anche a mio nipote in ospedale!”. In questo modo stiamo aggiungendo rabbia alla rabbia del malato. Qualcun’altro invece magari lo rimprovera: “Ma non dica così, qui fanno tutti del loro meglio”. Invece non devo rispondere, ma favorire l’espressione del suo stato d’animo. Se mi focalizzo su ciò che mi sta raccontando, lui scarica la rabbia e magari alla fine dice: “Però, padre, capisco che a volte il personale qui è tanto occupato, forse esagero nel lamentarmi”. Quando un malato ci esprime disagio non dobbiamo pensare tanto al problema, quanto alla persona che abbiamo davanti. Se ha dolore alla schiena, non posso toglierglielo, ma posso fargli sentire che gli sono vicino, che capisco quanto si possa star male in quella situazione, senza poter dormire e dovendo affrontare una nuova giornata senza aver riposato.

 

«Accompagnare una persona malata o morente, ascoltare la sua storia, le confidenze, i fallimenti, le conquiste è per me una ricchezza straordinaria. Sento di essere stato costruito da tutte le persone incontrate, umanamente e spiritualmente. Certo, devi avere anche altri spazi e tempi nella tua vita, per non rischiare di esaurirti. Devi avere altre risorse per crescere e portare loro la ricchezza che hai attinto altrove. Ma più sto accanto ai malati, più ricevo da loro».

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