Accanto a chi soffre: Un giorno al pronto soccorso

Circa sei mesi fa, lo ricordo benissimo, una donna di una quarantina d’anni si presenta all’ospedale di Valencia dove lavoro. Sta male, e purtroppo la diagnosi è infausta: cancro. Successivi esami di laboratorio preciseranno poi che iltumore è ormai diffuso. Mi capita ogni giorno di dover affrontare momenti in cui i pazienti attendono da me la parola che temono, e che pesa sulla loro testa come una spada di Damocle. Una spada che inizierà a recidere i fili che li legano alla vita condotta sino ad allora. Ma non riesco ad abituarmici, a “fare il callo”, come si suol dire. So che da ciò che dirò dipende il loro futuro, e molto spesso la loro disposizione ad affrontare cure spesso dolorose. Mi dispongo per ciò ad ascoltare, per capire meglio la soluzione da prendere, che non può comunque essere presa senza il pieno consenso e la partecipazione del paziente. Così anche quel giorno, con quella donna che mi era parsa particolarmente spaventata, spaurita. Inizia a dire di sé. Si chiama Luz, ed è colombiana. “Sono emigrata in Spagna – spiega – circa un anno e mezzo fa, in cerca di un futuro migliore per me e per mia figlia che ha ora 14 anni. Lavoro in un pub, un lavoro faticoso ed anche precario. Ho conosciuto da qualche mese qui in Spagna una brava persona, con cui ho intrapreso un rapporto serio, mettendo le basi per una vita più serena, degna di essere vissuta. Ed ora, il cancro…”. Di fronte a tanta sofferenza, ogni parola di conforto mi sembra fuori posto. Le offro però la mia amicizia sincera, prima ancora dell’assistenza come medico. Iniziano le cure. Due lunghi mesi, in cui lottiamo insieme per sconfiggere il male. Il rapporto di reciproca fiducia si intensifica e si approfondisce. Luz si riprende, tanto che può fare ritorno a casa. Trascorre ancora un mese, e me la vedo di nuovo al pronto soccorso, ridotta in pessime condizioni. Viene disposto il ricovero: il tumore è andato avanti, ed ormai non c’è più molto da fare, se non tenere sotto controllo il dolore. Nel reparto in cui è ricoverata, è affidata alle cure di altri colleghi, e passano per ciò alcuni giorni senza che ci incontriamo. Un giorno però penso di andare a trovarla. È sola: le altre malate sono fuori stanza, in compagnia dei parenti. Lei non ha nessuno. “Mia figlia vive lontano da qui, nella periferia di Madrid. Siamo troppo povere – dice – per permetterci i soldi del viaggio sino a Valencia”. Anche il suo compagno, vedendo la situazione, non si è rifatto vivo. È rimasta senza più casa, né lavoro, dato che ha ricevuto lo sfratto dai proprietari del suo appartamento. “Credevo di morire da sola – mi dice scoppiando a piangere -. Tutti mi consigliano di tornare in Colombia, ma io sto male: ce la farò?”. Mi rendo conto che la situazione è davvero molto seria. Alla malattia, così grave, si aggiunge un’immensa sofferenza morale. Prometto a Luz che le starò accanto, che andrò a trovarla ogni giorno. Chiedo ad una mia amica di aiutarmi ad accompagnare Luz in questo difficile tratto della sua vita. Il giorno seguente andiamo a trovarla insieme. C’è sua figlia, che finalmente è riuscita a venire, e ci mettiamo a sua disposizione per tutto ciò che occorre. Ci alterniamo al letto dell’ammalata, cercando di non far mancare il necessario. Anche i medici e gli infermieri del reparto trattano madre e figlia con particolare attenzione. Un giorno, viene a trovarla il compagno, e lei ne è particolarmente contenta: l’uomo non pensava che la situazione fosse così grave. Si ripropone il problema se è il caso che l’ammalata aspetti la fine in ospedale, dove è ben assistita, o se, invece, è meglio che ritorni in patria, presso la sua famiglia. Pensiamo alla figlia ancora così giovane e a Luz, soprattutto, che più delle cure mediche che le sono assicurate in Spagna, desidera riabbracciare i genitori ed i fratelli. Prevale infine la soluzione che madre e figlia desiderano, anche se sembra la più difficile e rischiosa: partire. Il personale che l’assiste viene coinvolto per raccogliere la somma necessaria a finanziare il viaggio. Alla partenza mancano ormai pochi giorni. Luz non soffre, ma il suo stato di salute è molto precario. Andiamo a prendere le loro poche cose, e ci accorgiamo che possiedono una sola valigia e qualche borsa. Alla fine del mio turno di guardia all’ospedale, vado di corsa a casa mia per procurare due comode valigie. Sono le undici di notte, e mi ricordo anche di prendere un piccolo regalo per la ragazza, che compirà gli anni tra due giorni. La loro gratitudine è grande; sappiamo fin troppo bene che non ci incontreremo più, ma cerchiamo di non pensarci. Due giorni intensi ed indimenticabili di preparativi. Poi le accompagniamo all’aeroporto, non senza gli accorgimenti necessari per affrontare un viaggio così lungo in quelle condizioni. Partono serene, quasi felici. L’attenzione e la dedizione di tante persone hanno vinto la solitudine e lenito le angustie della malattia. In questo mio lavoro accanto ai malati di cancro, mi vado rendendo sempre più conto che, anche se di passi avanti ne sono stati fatti, c’è molta strada da percorrere per sconfiggere questa malattia, e che le cure a disposizione sono inefficaci in alcuni casi. Ma per la solitudine, che spesso ne accompagna il decorso, esiste una medicina sempre a nostra disposizione: è l’attenzione alla persona. Basta usarla a tempo opportuno. Domenico Salmaso

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