Aborto, la sentenza che divide gli Stati Uniti

La Corte Suprema ha ribaltato la sentenza che garantiva il diritto federale all’aborto: una vittoria per la vita che rischia però di dividere ancora il Paese.

Gli Stati Uniti si sono svegliati, sabato mattina, in un mondo “post- Roe” e stanno cercando di capire cosa significhi abitarlo. Venerdì la Corte Suprema ha ribaltato “Roe versus Wade“, la sentenza storica che, a partire dal 1973, ha stabilito il diritto all’aborto in tutti gli Usa: un diritto regolato, poi, dagli Stati in maniera più o meno restrittiva.

La guerra culturale che da oltre 50 anni infiamma il Paese ha consegnato, ieri, una vittoria importante ai milioni di americani che si sono battuti contro l’aborto e a difesa della vita, contando giorno dopo giorno quei bambini mai nati che negli anni sono saliti alla spaventosa cifra di 60 milioni. Nonostante l’ultimo sondaggio del Pew Research Center rilevi che il 61% degli americani chiede che l’aborto sia legale nella maggior parte o in tutti i casi, all’estremo troviamo  il 74% degli evangelici bianchi per i quali l’aborto dovrebbe essere illegale nella maggior parte o in tutti i casi. Al di là degli estremi, tutti gli americani chiedono una regolamentazione che non può essere affidata solo ai tribunali, alla Corte Suprema e alla Costituzione.

La sentenza di venerdì, che ha cancellato Roe, ha risposto al caso Dobbs versus Jackson Women’s Health Organization, dove si contestava la legge del Mississippi; uno Stato che consente l’aborto entro 15 settimane e non entro 24 come prevede Roe. I giudici con un voto favorevole di 6 a 3 hanno ammesso la legge del Mississippi spiegando che  “la Costituzione non conferisce il diritto all’aborto“. Nel parere scritto dal giudice conservatore Samuel Alito, si legge che “l’aborto presenta una profonda questione morale” e “la Costituzione non vieta ai cittadini di ogni Stato di regolamentare o vietare l’aborto. Roe e Casey si sono arrogati quell’autorità. Ora annulliamo tali decisioni e restituiamo tale autorità al popolo e ai suoi rappresentanti eletti”.

Il dopo Roe affida quindi ai singoli Stati di legiferare sull’interruzione di gravidanza e porterà ad un mosaico di leggi statali, con 13 stati che, a partire da ieri, hanno già attivato leggi restrittive e divieti, che non prevedono la criminalizzazione delle donne, ma comportano severe condanne penali per medici e cliniche abortiste.

Altri 13 Stati intanto si preparano a varare norme simili che creeranno enormi disparità nel panorama legale nazionale, dove ancora uno volta trionferanno gli estremi: divieti quasi assoluti in alcuni Stati e in altri ampie protezioni per l’accesso all’aborto, ancora più forti di quanto non prevedesse Roe.

Se per i vescovi americani la giornata di ieri è stata “storica”, perché ha rivelato che  “per quasi cinquant’anni, l’America ha applicato una legge ingiusta che ha permesso ad alcuni di decidere se altri possono vivere o morire”; per  il presidente americano Joe Biden si è trattato di “un giorno triste per la Corte e per il Paese”.

Nel discorso tenuto alla Casa Bianca, poche ore dopo la sentenza, Biden ha parlato di  “tragico errore” della Corte e ha imputato il rovesciamento della sentenza al suo predecessore, chiamandolo direttamente in causa. “Sono stati tre giudici, nominati da un presidente, Donald Trump, il fulcro della decisione odierna di ribaltare la bilancia della giustizia ed eliminare un diritto fondamentale per le donne in questo Paese”, ha detto Biden, chiedendo agli elettori di votare, in novembre, candidati pro-choice, in modo da ottenere dal Congresso una norma sull’aborto a livello federale.

Il giurista Carter Snead, direttore del de Nicola Center for Ethics and Culture dell’università di Notre Dame, ha sottolineato che quella di ieri è stata  “una vittoria per l’umanità, non per repubblicani o democratici”, ma la politicizzazione del tema è inevitabile. Le alleanze politiche stipulate dal movimento pro-life, nel corso degli anni, lo hanno fatto percepire come minaccia non solo all’aborto stesso, ma anche alle norme democratiche, agli impegni giudiziari per i diritti civili della comunità LGBTQ, alla salute e alla sicurezza economica delle donne.

Il mondo post-Roe richiederà un dialogo profondo tra pro-choice e pro-life che porti a scrivere una buona legge, dove i compromessi saranno inevitabili, ma dove la battaglia per la vita deve tornare ad essere considerata un diritto civile e non un programma elettorale. In un mondo in cui Roe v. Wade non modella più l’intero panorama della discussione sull’aborto, potrebbe finalmente esserci spazio per quelle politiche pubbliche come il congedo parentale protetto, maggiori crediti d’imposta per i bambini, assistenza sanitaria accessibile alle comunità svantaggiate che limiterebbero l’insicurezza economica e ridurrebbero la domanda di aborti, più di qualunque restrizione giuridica. Sono questi i temi che servono ad un’America post Roe.

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