AAA Giovani sportivi cercansi

Recuperare la valenza sociale ed educativa dello sport dilettantistico minato dalla ricerca del risultato e ostacolato dalla crisi economica.
Ragazzi che giocano a rugby

L'Italia è il Paese più sedentario d'Europa. Il 40 per cento degli italiani non si muove. I dati, impietosi, ci mettono all'ultimo posto per pratica motoria e sportiva tra i 27 Paesi dell'Unione europea. In calo, questa la triste novità, è soprattutto la pratica sportiva giovanile scesa, in dieci anni, di tre punti percentuali: i ragazzi che non hanno mai fatto sport sono passati dal 14 al 17 per cento.
I motivi? Le soluzioni? Gli esperti sono al lavoro. Noi siamo andati a incontrare sul campo, a campione, una delle quasi centomila società sportive dilettantistiche oggi attive in Italia.
Carlo Bulleri, avvocato, da 16 anni è presidente della Gmv basket di Ghezzano, frazione di San Giuliano Terme, provincia di Pisa: 300 tesserati, dalle categorie minibasket fino al semiprofessionismo. «Le nostre priorità – ci spiega con convinzione – vorrebbero essere l'attenzione alle persone, ai bambini in particolare, e la serenità nei rapporti. Ma quanta fatica! Quando ci riusciamo, sperimentiamo il consenso da parte delle famiglie e così aiutiamo i ragazzi a crescere anche come cittadini. Dico sempre ai miei allenatori: il tiro dell’ultimo secondo lo mette nel canestro chi è forte dentro, dote che si sviluppa se si lavora sull’uomo e non solo sul giocatore. Lo sport è un grande strumento culturale, se utilizzato in maniera corretta e la nostra attività è da sempre, prima di tutto, un’attività sociale».
 
Di corsa o seduti
 
La stessa passione di Carlo muove in Italia decine di migliaia di volontari, vere colonne dello sport dilettantistico. Eppure, nonostante il loro impegno, «la situazione è tragica!», come afferma Antonio Mussino, docente di Statistica dell’Università di Roma La Sapienza, che ha elaborato i dati Istat 2012 relativi all'attività fisica e sportiva degli italiani. La tendenza degli ultimi dieci anni indica una progressiva polarizzazione degli atteggiamenti dei nostri cittadini: o verso lo sport agonistico, in aumento, alimentato dai miraggi dello spettacolo e del business, o verso la sedentarietà, in grande aumento, con una riduzione di oltre il dieci per cento delle persone “attive”.
«Chi non pratica più sono i giovani – spiega Mussino –, proprio le fasce d’età che una volta erano quelle che praticavano di più». Due, secondo gli esperti, le cause principali: le crescenti difficoltà economiche delle famiglie italiane e la formazione di una generazione di ragazzi che si distrae facilmente, faticando a condurre a termine un impegno. Fenomeno in crescita è infatti quello dell'abbandono precoce. Le generazioni precedenti iniziavano a fare sport più tardi, ma restavano fedeli, soprattutto nelle discipline di squadra.
Lo sport per tutti, negli ultimi decenni, non ha solo promosso la pratica sportiva, ma è diventato un grande business che alimenta, spesso, lo stesso settore agonistico. La rete dello sport dilettantistico vive nel dilemma: offrire uno sport inclusivo, che fa giocare tutti, o uno selettivo, che mira ai risultati? «Consapevolmente o meno, le società sportive dilettantistiche – precisa Bulleri – dimenticano, spesso, la loro funzione sociale per tendere ai risultati. Sono anche i genitori a cambiare atteggiamento nel tempo: quando i figli sono piccoli, chiedono un ambiente sereno e collaborano; quando crescono, spingono per l'agonismo, vogliono vedere vincere il figlio e la squadra».
 
Il fattore umano
 
Ma sono inconciliabili valenza educativa e risultati? «No, le due dimensioni – ci spiega ancora Bulleri – possono trovare l'una supporto nell'altra. Far accettare e saper sviluppare in tutti il concetto dell'inclusione fortifica in tutti il rispetto delle persone e l'apertura alla relazione:  potenziare l'aspetto umano del giocatore lo prepara alla migliore prestazione tecnica e sviluppa la personalità di ogni atleta, che si sente valorizzato e spinto a dare il meglio di sé stesso». E i risultati si vedono: la squadra di punta femminile del Gmv sta lottando per conquistare la promozione in A2…
La sedentarietà sempre più diffusa non mette in discussione solo i vantaggi e i benefici fisici legati all'attività motoria: «Si rischiano di perdere – continua Bulleri – i benefici umani e sociali, che sono enormi, in primis per i ragazzi e poi per tutta la comunità. Una sana attività sportiva è quella che cura tutti i versanti del confronto: con sé stessi, con i compagni, con l'allenatore, con gli avversari e con gli arbitri. Tutto induce a concentrarsi sull'io e non sul noi: grazie al confronto ogni atleta può verificare la sua tecnica e migliorarla, confrontandola con quella degli altri e sperimenta che senza gli altri non ci sarebbe attività».
Lo sport dilettantistico è consapevole delle responsabilità sociali a cui oggi è chiamato? Bulleri non pare ottimista: «Spesso i dirigenti intendono la loro attività come un proprio divertimento, se non addirittura come uno strumento per acquisire denari e visibilità. La dimensione educativa e sociale è evocata da tutti, ma spesso contraddetta sul campo: non si traduce in organizzazione e scelte mirate. Gli allenatori sono, a volte, ancora meno motivati: hanno necessità di guadagnare qualcosa e di farsi una nomea che li renda appetibili. La fama se la fanno vincendo e per vincere scelgono i migliori: spesso non sono disponibili, se ciò comporta perdita di competitività, a scelte diverse, orientate a far crescere il gruppo.
«Anche quelli che si dichiarano disponibili – continua Bulleri –, all'atto pratico, a volte in maniera subdola, creano situazioni di conflitto e di insoddisfazione alla squadra e ai genitori, trasmettendo in realtà la loro insoddisfazione personale. Il mondo dello sport è sostanzialmente tetragono a recepire un modo diverso di gestirsi rispetto all'archetipo della società che fa, a parole, volontariato, ma, in realtà, fa attività economica e agonistica».
La società sportiva ha gli strumenti per promuovere un sano e autentico sport di base? Bulleri è chiaro: «La formazione dei dirigenti e degli allenatori, e di conseguenza dei genitori, è lo strumento principale. Ma la materia è ostica e indigesta perché la formazione che aiuta a capire e coltivare la relazione colpisce al cuore le ragioni e le motivazioni ad essere dirigente o allenatore. La formazione è una scelta difficile e impopolare: richiede un impegno e una verifica di sé stessi che spesso non sono condivise, ma accettate “per contratto” e non per convinzione. Servirebbero un serio esame di coscienza da parte delle società sportive e una sana “rivoluzione culturale” che rinasca sul fallimento della visione familiaristica, economica e agonistica dello sport giovanile osservata e praticata in Italia dagli anni Sessanta in poi».
 
 
«Occorre saper offrire altri modelli di sport»
Il parere di Lucia Castelli, psicopedagogista, consulente dell'Atalanta
 
I dati sulla sedentarietà in Italia, specie quella giovanile, mettono in allarme: quali le cause principali?
«Molteplici. Al primo posto la mancanza di cultura sportiva a tutti i livelli a partire da chi ci governa, fino alle singole famiglie. E poi i modelli che la società propone: il consumismo e l'ipertecnologia non favoriscono la mentalità sportiva attiva. Si consuma molto sport virtuale, ma se ne fa poco. Un indicatore importante della mancanza di cultura sportiva è l'attività fisica scolastica cui sono riservate poche risorse e poco tempo da parte del ministero: nella scuola primaria non c'è l’insegnante laureato in scienze motorie e si fanno solo due ore scarse di movimento alla settimana. Ma non dimentichiamo che i giovani sono meno sedentari degli adulti».
 
Qual è oggi in Italia l'offerta sportiva a disposizione dei ragazzi e dei giovani? È valida? Sotto quali punti di vista?
«Le occasioni per praticare sport le offrono soprattutto le società sportive dilettantistiche grazie al volontariato. Se da una parte questa offerta e la grande dedizione di persone, mezzi e strutture appaiono un fatto positivo, dall’altro è miope il pensiero di chi ci governa che delega alla buona volontà di tali associazioni la formazione sportiva dei giovani. Manca la volontà di dedicare risorse economiche e professionali da mettere al servizio delle associazioni sportive, sia per innalzare il loro livello qualitativo, sia per offrire modelli molteplici di sport».
 
In che modo si può far fronte all'abbandono precoce della pratica sportiva?
«Non tutti i giovani mostrano interesse e attitudine per lo sport agonistico, l’unico modello oggi proposto. Inoltre si inizia a competere troppo presto, in tenerissima età, e questo provoca in molti stress e demotivazione. Se le associazioni sportive fossero messe in grado di offrire oltre allo sport agonistico anche altri modelli di sport, con finalità differenti, ovvero ricreativo, salutare e socializzante, quelli a cui scuola, amministrazioni comunali, aziende sanitarie da sole stanno puntando, il tasso di abbandono calerebbe sicuramente. Ma queste scelte vanno appoggiate con scelte politiche ed economiche importanti. Occorre urgentemente formare gli adulti».
 
Le società sportive hanno capacità di rispondere a questa situazione?
«Sostenute dal governo, tramite le amministrazioni locali, e dal Coni, potrebbero mettersi in rete e avvalersi di una squadra di consulenti, quali per esempio un professionista dell’educazione, un medico, un fisioterapista, un laureato in scienze motorie. Questi professionisti potrebbero aiutare a programmare attività pluriennali, a redigere il piano dell’offerta formativa sportiva, facilitare la comunicazioni con i genitori, con la scuola, formare gli operatori, offrire consulenze in caso di necessità. Spesso gli allenatori vengono lasciati soli a risolvere problemi educativi, socio-culturali, sanitari che esulano dal loro ruolo e dalle loro competenze. Gli allievi hanno storie personali e quindi bisogni individuali sempre più diversificati. Solo se sostenuto, l’associazionismo sportivo può essere luogo importante di accoglienza e inclusività, dove si possa diffondere una cultura sportiva che duri tutto l’arco della vita».

Paolo Crepaz

 
Crescere come cittadini
 
Intervista a Umberto Zampieri, assessore allo sport a Padova: il ruolo delle amministrazioni
 
Quale ruolo riveste oggi lo sport all’interno di un contesto cittadino? «Lo sport concorre a stimolare, assieme ad altre agenzie educative, il riconoscimento di alcuni valori fondamentali come il rispetto delle regole e del prossimo. In questa dimensione, c’è una forte promozione dell’interculturalità perché i ragazzi all’interno degli impianti sportivi si confrontano sempre di più con figli di non italiani. L’attività sportiva di base, inoltre, dà un contributo straordinario per prevenire l’isolamento dell’individuo e la devianza, offrendo un’opportunità alla parte più giovane della popolazione soprattutto nelle aree periferiche».
 
Malgrado i tagli, in che modo a Padova l’amministrazione comunale si sta impegnando per garantire l’avviamento allo sport di base?
«In collaborazione con il Coni e il ministero, abbiamo sviluppato il progetto “Primo sport a scuola” al fine di garantire, da gennaio a maggio, l’educazione motoria a tutti gli alunni delle scuole primarie e dell’infanzia del comune grazie al contributo di insegnanti qualificati. Il comune di Padova promuove un altro progetto a forte valenza inclusiva, chiamato “Sport per tutti secondo ciascuno” che prevede l’interazione ludico-motoria tra ragazzi e ragazze normodotati e con disabilità psichica delle scuole medie superiori».
 
Una sana pratica sportiva può contribuire a creare sportivi e cittadini migliori?
«Sicuramente. Nella pratica sportiva si incontrano ostacoli fra sé e l'obiettivo prefissato: questo percorso crea un progetto mentale che spinge a reagire di fronte alle difficoltà della vita. Inoltre, in tempi  di individualismo, l’esperienza sportiva non strettamente agonistica aiuta a sviluppare il senso di appartenenza e sviluppa la convinzione che solo collaborando e confrontandosi con gli altri, si possono raggiungere grandi obiettivi».

Giovanni Bettini

 
LA PAROLA AI LETTORI
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