A proposito del caso Feltri-Boffo

Le vicende che hanno animato le ultime settimane degli italiani non sono state – è il men che si possa dire – particolarmente edificanti. Politica e informazione si stanno rincorrendo in una escalation di accuse e contraccuse dai toni sempre più virulenti, in cui i colpi bassi non sono più eccezione ma norma. La divulgazione della brutta storia di Terni in cui sarebbe coinvolto Dino Boffo, ex direttore di Avvenire, a cui rinnoviamo la nostra solidarietà e la nostra amicizia, da parte del suo omologo de il Giornale, Vittorio Feltri, non è vicenda da passar sotto silenzio.

 

Da tempo la politica italiana ha smarrito alcune di quelle qualità che erano appannaggio, pur con eccezioni, dei “cavalli di razza” della destra, del centro e della sinistra: uno stile sobrio e raramente sopra le righe; una indiscutibile riservatezza sulle vicende private; un vocabolario misurato, giocato sulla ragione più che sull’emozione; una solida argomentazione delle proposte avanzate e delle prospettive sottese. L’informazione italiana, dall’immediato dopoguerra e per lunghi decenni, si era posizionata sulla stessa lunghezza d’onda.

Poi, poco alla volta, a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta, la politica nostrana ha perso per strada tali capisaldi: lo stile è diventato ampolloso se non addirittura goliardico; i set televisivi e persino le discoteche hanno preso il posto delle aule parlamentari; le vicende private sono state mischiate a quelle pubbliche, con la progressiva personalizzazione della lotta politica; il vocabolario della politica ha perso per strada non solo la grammatica e la sintassi ma anche lo Zingarelli, sposando il linguaggio del trivio (non quello del popolo); le ferree argomentazioni hanno lasciato il posto alle verità ballerine che durano il tempo d’una dichiarazione al tiggì, smentita puntualmente il giorno seguente.

Giornali, radio e tivù hanno a lungo resistito alle pressioni provenienti dalla politica per cedere alla fine al generale imbarbarimento dei costumi. Col risultato che la politica ora non si fa più nelle strade, nelle piazze e nei Parlamenti ma ai tiggì e nei talk show. Fino all’assurdo di un’informazione che produce fatti e sbandiera ai quattro venti le “sue” verità, invece di registrare e verificare fatti e verità che accadono nella realtà.

S’è creata una confusione di ruoli, con la discesa in campo nell’agone politico del quarto potere, cioè dell’informazione, proprio nel momento in cui gli altri tre poteri – esecutivo, legislativo e giudiziario – abbandonano le ferree separazioni che avevano a lungo sostenuto le democrazie occidentali. Urge allora far tornare d’attualità nell’agenda del Paese la soluzione dei gravi conflitti di interesse tra politica e informazione.

 

L’informazione, insomma, ha perso la testa, se dobbiamo assistere a scoop giornalistici come quest’ultimo de il Giornale (che d’altronde non è l’unico organo di stampa ad avere imboccato tale china). Scoop che non sono tali e di cui, soprattutto, non vengono verificate a sufficienza le fonti. La scuola del giornalismo anglosassone voleva che addirittura tre fonti diverse e indipendenti dovessero concordare nelle loro versioni per definire un fatto “plausibile”, se non “realmente accaduto”. Poi – per motivi di rapidità e di risparmio – si è passati a due fonti; mentre oggi basta che un’agenzia, una sola, pubblichi una notizia per considerarla vera. E le smentite, come diceva Enzo Biagi, sono diventate paradossalmente la conferma della veridicità di un fatto.

L’informazione ha messo a tacere la voce della ragione, per spostare il microfono ai gorgoglii della pancia; ragione che invocherebbe prudenza, silenzio e rispetto, in modo da non calpestare l’“onorabilità” delle persone. La pancia, al contrario, si diverte nel vedere sbattuto il mostro, vero o presunto, in prima pagina. Così i toni delle polemiche sono diventati esacerbati, non lasciando più spazio alla mediazione, al rientro nei ranghi, alla “conversione”, cioè al cambiamento.

Gesù usava toni forti solo per accusare i peccati sociali, come il mercato della fede o il fariseismo. Mai però accusava i singoli, coi quali invece aveva l’accortezza di usare toni miti, invitando semmai alla conversione, come accadde alla samaritana, a Zaccheo, a Nicodemo. È questo un attualissimo invito alla sobrietà verbale e alla responsabilità delle proprie azioni. Vale in primis per i cristiani, ma nel contempo è universale.

 

Che insegnamenti trarre da queste vicende? Ci sembra che emerga alto l’invito a una maggior coerenza etica di vita e di azione per tutti gli attori della vita pubblica, in modo da elevare anche il tono della convivenza civile. Per salvare la quale serve un autunno di sobrietà e di ragione dopo un’estate di emotività e di eccessi verbali.

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