A pranzo nell’Eden

Tra aromi e sapori, la Bibbia vista da un lato insolito: i fornelli della cucina.
Arte

M’è rimasta in testa dai tempi di Carosello, quel magico intermezzo che si stendeva tra la chiusura del Telegiornale e il bacio della buona notte. Mi pare fosse la pubblicità del Parmigiano Reggiano. Alcuni briganti, un po’ troppo allegri un po’ troppo maldestri, dopo l’ennesima figuraccia intonavano in coro al loro sconsolato capobanda la canzonetta: «A noi, sior capitano, non piace la battaglia, ci piace una bellissima tovaglia, con sopra tante cose di prima qualità trallallà trallàllà-là».

Penso che avessero proprio ragione quei brigantelli: poco è più gradevole al mondo di cibi succulenti, preparati con amorosa cura, e offerti su una candida tovaglia.

A questo pensavo mentre sfogliavo… beh, non proprio un manuale di cucina, ma nient’altro che la Bibbia. Nulla di blasfemo, credetemi. A quei racconti, che stanno alla base della religione giudaica e cristiana, a volte si può guardare da angolazioni secondarie, che risultano essere assai simpatiche. Come i cibi.

In quelle pagine così determinanti ci sono infatti anfratti nei quali ci si può sedere in pace e assaporare le prelibatezze dei cibi, gli aromi della cucina. Perché il cibo è sempre stato mescolato alla storia sacra. Ci trasporta in questo viaggio tra i fornelli biblici un simpatico libretto, La cucina della Bibbia, di Daniela Messi, insegnante, e Roberta Anau, che gestisce un incantevole agriturismo dalle mie parti, nel Canavese.

Intanto, tutta la nostra vicenda umana sembra essere nata nel giardino dell’Eden proprio per colpa del cibo. Allora s’era vegetariani. Disse Dio: «Io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo».

Quali fossero le piante di cui si cibavano Adamo ed Eva non sappiamo. Le prime pagine della Bibbia menzionano solo il fico: non come alimento però, bensì perché le sue foglie furono il primo striminzito abito dei nostri progenitori, dopo il peccato. Che consistette proprio nel consumare cibo.

In pochi grandiosi cenni l’antico racconto mette le basi di tutti i futuri libri culinari: il frutto a cui prima Eva e poi Adamo non seppero resistere «era buono da mangiare, gradito agli occhi». Sapore e bellezza s’accompagnano indissolubilmente alla buona tavola: che è sempre una festa sinfonica del palato, dell’olfatto, dello stomaco, e anche dello sguardo.

Quale fosse il frutto affascinante e deleterio, il racconto biblico non lo dice. La fantasia popolare e molti artisti l’hanno rappresentato come una mela. E per questa ragione, un’antica tradizione voleva che il 24 dicembre s’addobbasse un albero con mele, per ricordare il peccato originale all’alba della nascita del Redentore. Era l’antenato dell’albero di Natale.

 

Accadde poi il diluvio. Il buon Noè, arcistufo dell’acqua – elemento preziosissimo, vivificante e purificante, ma se recepito in quantità ragionevoli – poco dopo aver messo piede per terra e sistemata la famigliola, prese in mano una zappa e piantò una vite. Sembra che sia stato proprio lui il primo a bearsi dell’inebriante bevanda che ne ricavò. E che da allora accompagnò, in modo amabile o robusto, la tavola sulla quale cominciò a comparire la carne.

Eh sì, perché dopo il diluvio Dio ampliò la dieta vegetariana dell’umanità: «Quanto si muove e ha vita vi servirà di cibo: vi do tutto questo, come già le verdi erbe». Con un solo divieto, di non mangiare la carne con il suo sangue, simbolo di vita.

Comunque i gusti rimasero i più disparati. Isacco amava la carne, e stravedeva per la selvaggina cacciata da suo figlio Esaù e accuratamente arrostita e speziata dalla bella moglie Rebecca.

Ma proprio Esaù, l’uomo della steppa, il cacciatore, non sapeva resistere alla cucina vegetariana dello scaltro fratello Giacobbe e gli cedette la primogenitura in cambio d’un appetitoso piatto di lenticchie. La ricetta? Non la sapremo mai, ma si può avanzare qualche ipotesi: le deliziose minuscole lenticchie rosse, le “perle del Nilo”, cucinate con soffritto di cipolla, carota, un croccante gambo di sedano finemente tagliato così come un pezzo di topinambur (il cosiddetto “carciofo di Gerusalemme”, con la sua forma arzigogolata che ricorda in modo stilizzato  il corpo umano), olio d’oliva mediterraneo e un paio di foglie d’alloro. Chissà!

 

Le pagine che raccontano del grande Mosè sono ricche di riferimenti a cibi. Nella frettolosa partenza dall’Egitto – la notte terribile dell’angelo sterminatore e la grandiosa liberazione della Pasqua – venne stilato un menù rigoroso a base d’agnello e pane azzimo che ancora oggi è rispettato dagli ebrei.

In seguito, però, durante il viaggio tra le inospitali rocce del deserto del Sinai gli israeliti si lamentarono con il loro conduttore per il menù: «Fossimo morti per mano del Signore nel paese d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà!».

I loro stomaci ricordavano i pesci, i cocomeri, i meloni, i porri, le cipolle e l’aglio che mangiavano in Egitto. Dio provvide inviando quaglie per secondo e manna come primo. La ricetta delle focacce alla manna è nel libro dei Numeri: «La manna era simile al seme del coriandolo e aveva l’aspetto della resina odorosa. Il popolo andava attorno a raccoglierla; poi la riduceva in farina con la macina o la pestava nel mortaio, la faceva cuocere nelle pentole o ne faceva focacce; aveva il sapore di pasta all’olio».

Ma anche di manna presto si stufarono, come d’ogni cibo che diventa eccessivamente abitudinario. Allora Mosè cominciò a narrar loro della terra promessa: un paese di torrenti e di fonti, un paese dove scorrono latte e miele, e in cui abbondano quelle che vengono dette «le sette specie della terra promessa»: il fico, il cedro, l’uva, il melograno, il grano, l’orzo, le olive.

Secondo la mentalità dell’epoca, anche l’Eterno amava il cibo. E se non lo consumava, gradiva gli aromi che salivano dalle offerte sacrificali di giovenchi, agnelli e montoni. Apprezzava anche i profumi. Tanto che un giorno ordinò a Mosè: «Procurati balsami: storàce, ònice, galbano come balsami e incenso puro: il tutto in parti uguali. Farai con essi un profumo da bruciare, una composizione aromatica secondo l’arte del profumiere, salata, pura e santa».

Nel sublime Cantico, sapori e spezie s’intrecciano al passionale amore fra gli amanti, che qualcuno ama chiamare Salomone e Sulammita: «Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino. Salirò sulla palma, coglierò i grappoli di datteri; mi siano i tuoi seni come grappoli d’uva e il profumo del tuo respiro come di pomi».

Anche il delicato e forte amore tra Booz e Rut nasce di fronte a un pasto, seppur frugale secondo il tipico spuntino dei braccianti dell’epoca, consumato nel campo durante la spigolatura: «Booz le disse: “Vieni, mangia il pane e intingi il boccone nell’aceto”. Essa si pose a sedere accanto ai mietitori. Booz le pose davanti grano abbrustolito; essa ne mangiò a sazietà».

 

Roberta Anau è ebrea. Il suo libretto si ferma al Primo Testamento. Non dice nulla dei cibi e dei banchetti, della fragranza del pane e del sapore del vino, che così grande importanza assumono nei Vangeli. Ci concede qualche segreto della cucina kosher, e delle sue regole alimentari.

Il cibo, che in ogni cultura è un elemento tipico d’identità, può però diventare anche uno strumento di dialogo. Di piacevole dialogo per conoscere l’animo dell’altro. Entrando non dalla porta austera del luogo di culto o del simposio di studio, ma da quella più prosaica – ma non meno efficace – della cucina. Di fronte a una candida tovaglia.

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