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Ambiente > Ecologia

A Copenhagen solo “aria fritta”?

di Andrea Ponta

- Fonte: Città Nuova

Il 7 dicembre si apre nella capitale danese la quindicesima conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici. Gli interessi in gioco sono tanti, e c’è il rischio di ottenere solo dichiarazioni politicamente corrette e poco concrete. Ma in gioco è il nostro futuro.

fabbriche

Di cambiamenti climatici si è cominciato a parlare in modo ufficiale e da un palcoscenico “mondiale” in occasione della Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente e lo sviluppo del 1992, a Rio de Janeiro. In quell’occasione fu firmata la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, un trattato che obbligava i governi a perseguire un «obiettivo non vincolante» per ridurre le concentrazioni atmosferiche dei gas serra, al fine di «prevenire interferenze antropogeniche pericolose con il sistema climatico terrestre». Queste azioni erano dirette principalmente ai Paesi industrializzati, con l’intenzione di stabilizzare le loro emissioni di gas serra, ritenute responsabili dei cambiamenti climatici a cui stiamo assistendo, ai livelli del 1990 entro il 2000. Le nazioni firmatarie concordarono di riconoscere «responsabilità comuni ma differenziate», gravanti soprattutto sui Paesi sviluppati. Il trattato entrò in vigore il 24 marzo1994. Da quel momento, i Paesi firmatari si sono incontrati annualmente nella Conferenza delle parti (Cop) per analizzare i progressi e aggiornare gli impegni. La più importante di queste (Cop3) si svolse a Kyoto nel 1997. Da lì ebbe origine l’ormai noto “Protocollo di Kyoto”, che stabilì per la prima volta obiettivi vincolanti per i Paesi sviluppati nel ridurre le emissioni di gas serra.

 

Dal 7 al 18 dicembre si svolgerà a Copenhagen la quindicesima Conferenza delle parti (Cop15), che ha come obiettivo la definizione di un nuovo accordo sulle emissioni in vista della scadenza di quello raggiunto a Kyoto (fine 2012). Le sfide aperte sono moltissime e di portata mondiale.

 

Da una parte c’è l’Europa, che ha fatto della lotta ai cambiamenti climatici un asse portante della propria politica energetica e industriale, con obiettivi lungimiranti orientati alla riduzione delle emissioni, degli sprechi energetici e della dipendenza dalle fonti fossili. Consapevole del fatto che lo sforzo di un singolo risulterebbe del tutto inutile, il vecchio continente ha provato in tutti i modi a smuovere gli altri Paesi industrializzati (soprattutto gli Usa) ed emergenti (tra cui Cina e India), ma finora con scarso successo.

 

Per i Paesi industrializzati ridurre le emissioni vuol dire investire notevoli risorse finanziarie, utilizzabili in altri settori in sofferenza in questo contesto di crisi economica, e produrre energia con costi maggiori perdendo competitività. Si osserva una certa attenzione dei mercati alla cosiddetta green economy, ma al momento resta elevato il rischio di speculazione finanziaria.

 

Per i Paesi emergenti l’energia a basso costo (ma più inquinante) è condizione necessaria per garantire i trend previsti di sviluppo e crescita dell’economia e del benessere. Inoltre sono i Paesi industrializzati che hanno inquinato per primi, e che ora hanno l’onere morale di aggiustare le cose: sia dando l’esempio per primi, sia mettendo mano al portafoglio per finanziare un trasferimento di tecnologia verde verso i Paesi emergenti, consentendo anche a loro una riduzione significativa delle emissioni. Come uscirne?

 

Il ministro dell’ambiente, Stefania Prestigiacomo, prevede che a Copenhagen non sarà firmato un accordo legalmente vincolante, ma che sarà possibile raggiungere un’intesa politica forte che consenta di raggiungere a breve questo obiettivo. Nella filosofia del “bicchiere mezzo pieno” si potrebbe interpretare questo possibile risultato non come un fallimento della conferenza, ma come il primo dei due tempi di un accordo storico sul clima condiviso da tutti i Paesi del mondo. Certamente occorrerà uno sforzo di buona volontà nell’accantonare gli interessi locali per guardare insieme al futuro e al bene comune del nostro pianeta. Illusione o speranza? Il mondo unito e vivibile dovrà passare comunque anche per questa porta stretta!

Riproduzione riservata ©

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