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Cultura > Cinema

A casa nostra

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

Il film francese tocca temi politici di stretta attualità in vista delle elezioni presidenziali. Un lavoro per nulla pesante, recitato con convinzione, che incita a svegliarsi, a saper scegliere, per essere coerenti nella società disillusa e incerta in cui ci si trova a vivere.

Diciamolo subito, da sempre il cinema ha fatto politica sociale. Basterebbero i film di Ken Loach per dimostrarlo, senza dimenticare certa filmografia americana o italiana. E, per quanto ci riguarda, forse che le opere del cosiddetto “neorealismo” del dopoguerra non facevano politica sociale come pure, a loro modo, le commedie agrodolci di Totò e Peppino De Filippo? Basti pensare a quel capolavoro di acuto senso sociale e morale che è Guardie e ladri

Il cinema francofono non è mai stato da meno. Ed ora esce un lavoro del belga Lucas Belvaux, 55 anni, Chez nous, tradotto in italiano con A casa nostra (ma la traduzione non rende la pregnanza di significato dell’espressione francese). Un film che ha fatto molto discutere in Francia dove c’è  l‘incandescenza delle elezioni presidenziali. Perchè politicamente ed apertamente schierato. Ma non partiticamente.

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Nel Nord della Francia, dove la natura è ancora bella ma si agita lo spettro della de-industrializzazione, dell’arrivo  in massa degli immigrati, della stanchezza della politica, della reazione ai vari governi inconcludenti, con la marea avanzante del populismo, i sentimenti e le storie delle persone sono diversi. Pauline è una infermiera a domicilio, amata da clienti francesi o immigrati: divorziata, due figli piccoli, un padre comunista convinto, lei apolitica. Stanko, di cui lei si innamora è un operaio ex picchiatore neofascista, crede di iniziare una nuova vita. Il dottor Bertihier, gentile con tutti, è nascostamente uno dei leader della destra nazionalista. Sono esseri umani con le loro contraddizioni, volontà, sofferenze nel grigio di una società stanca di parole, di slogan a cui nessuno più crede.

Ci sono le elezioni ed un partito nazionalista in crescita, che non si definisce di destra, ma vuole essere dalla parte della gente, individua Pauline, stimata da tutti, e le propone tramite il dottor Berthier, di candidarsi alle elezioni locali come sindaco. Pauline è incerta, dubita, poi, andando contro le tradizioni di famiglia e la condanna del padre,  accetta. Entra nel giro della politica: conferenze, slogan e soprattutto la sua immagine pulita accanto alla vera candidata, la leader del partito Agnès Dorgelle (somigliantissima a Marine Le Pen, di qui le critiche al film…). Risultato: Pauline non ha più una sua vita, un suo pensiero, deve lasciare anche Stanko che le nasconde di essere ancora un picchiatore.

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Il regista ha uno sguardo duro facendoci entrare all’interno del mondo politico: destra o sinistra non importano  troppo, alla fine, gli slogan sono per rabbonire la gente, ai programmi  nessuno ci crede, come si afferma cinicamente.

Strisciante è la forza dell’ipocrisia, del doppiogioco non solo politico ma dei furbi di ogni genere, che sotto l’affabilità nascondono la violenza che hanno in cuore, annebbiando le persone pulite come Pauline. La società è grigia, destra e sinistra sono simili nei comportamenti – anche se il regista non è certo nazionalista -. E Pauline? A fatica riemergerà dal grigiore e dalla strumentalizzazione?

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L’occhio impietosamente realista di Belvaux scava molto, mette parecchia carne la fuoco e chiede, in un lavoro per nulla pesante, recitato con convinzione, di svegliarsi, di saper scegliere, di voler essere coerenti nella società disillusa e incerta in cui ci si trova a vivere. Non avendo paura del rischio e del dolore che tutto ciò comporta. Forse così si può davvero servire la gente, cioè far politica, in modo diverso.

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