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Ambiente > Ecologia

La terra, casa comune

di Mario Agostino

- Fonte: Città Nuova

Sostenibilità ambientale, tutela della biodiversità, sistemi agricoli a basso impatto, sviluppo delle filiere a chilometro zero. Non sono solo prospettive poste sul piano della coscienza dall’ultima Enciclica di Papa Francesco, ma vere e proprie ricette presentate nel corso dei lavori dell'XI Forum dell'Informazione per la Custodia del Creato, organizzato dall'associazione Greenaccord onlus a L'Aquila in collaborazione con il Comune e la Regione Abruzzo.

 

Esistono risposte efficaci sia agli ingenti problemi causati dai cambiamenti climatici, sia ai drammi della povertà e della malnutrizione che affliggono ancora centinaia di milioni di persone al mondo. «Tutte le attività da cui dipende il benessere dell'uomo, a partire dalla disponibilità di cibo, dipendono dalla funzionalità garantite dagli ecosistemi, che garantiscono beni e servizi fondamentali per l'Umanità – spiega Franco Ferroni, responsabile Agricoltura di Wwf Italia -. Mettere in conto la natura significa garantire il benessere collettivo». Eppure al momento la direzione pare esattamente opposta: con un tipo di agricoltura sempre più dominato da pochi gruppi industriali e un contestuale consumo di suolo agricolo.

 

Ogni anno, dal 1990, nel nostro Paese si perdono centomila ettari di suolo agricolo, più del doppio della Germania e due volte più che in Francia. «Quel modello, fortemente antropizzato, garantisce il massimo della produttività nel breve periodo ma si è dimostrato fallimentare nel medio-lungo termine». Ma l'inversione di rotta è possibile e dipende strettamente dalle scelte politiche che si prendono a livello locale, nazionale e mondiale. «I governi – prosegue Ferroni – possono decidere se continuare a sostenere quel modello o uno, basato su agricoltura familiare, biologica o biodinamica, che si è dimostrato un approccio amico della biodiversità e dei servizi che offrono alle popolazioni».

 

Nel cambio di rotta, non può non rientrare una riflessione sugli Ogm, su cui lo stesso Pontefice ha invitato alla riflessione tutto il mondo istituzionale e scientifico affermando che sebbene «Non possiamo dare giudizio definitivo su questa materia, distruggono la rete produttiva delle campagne…». Nonostante le forti pressioni delle lobby dell'agroindustria per farli autorizzare anche in Europa, gli organismi geneticamente modificati continuano a lasciare scettici gli agricoltori italiani. 

 

«I pericoli per la salute pubblica derivante dall’uso di materie prime geneticamente modificate potrebbero causare danni nel medio e lungo periodo – spiega Cinzia Coduti, responsabile Ambiente e Territorio di Coldiretti -. Su questo tema, le certezze non esistono, quindi deve valere il principio di precauzione che impone una necessaria prudenza. Ben più importante è difendere i caratteri che rendono unici e distintivi i prodotti agroalimentari italiani, che ci permettono di essere conosciuti, apprezzati e invidiati in tutto il globo».

 

In quest'ottica di valorizzazione, una mano preziosa può venire dal ruolo del consumatore e dalle sue scelte, che può concorrere così a un ripensamento delle filiere agricole, per costruire sistemi territorialmente circoscritti. «Le filiere corte – spiega Anselme Bakudila, del centro studi di Slow Food – sono localizzabili geograficamente, offrono maggiori garanzie di freschezza e genuinità dei prodotti, che sono scambiabili senza intermediazioni, assicurano una maggiore remunerazione ai produttori e permettono una costruzione di un nuovo rapporto con i consumatori».

 

Un punto, quest'ultimo, molto caro all'organizzazione fondata da Carlo Petrini. Un nuovo rapporto tra chi produce e chi consuma è essenziale per cambiare mentalità e capire, insieme, l'importanza della cura comune delle risorse naturali. «Le filiere corte fanno incontrare i due attori fondamentali della filiera – prosegue Bakudila – stimolando la costruzione di un giusto prezzo, che assicuri cibo di qualità a chi mangia e giusto prezzo a chi produce». Al contempo, questo tutela l’ambiente, “casa comune”, per citare Papa Francesco, perché un simile sistema evita lo spopolamento delle zone rurali e offre un'alternativa valida alla dilagante cementificazione e ai danni in termini di dissesto idrogeologico che essa porta con sé.

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