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Italia > Società

Non ci sono più i cognomi di una volta

di Anna Granata

- Fonte: Città Nuova

Il cinese Hu ha scalzato il tradizionale Brambilla ed è il più diffuso in città: come cambia la composizione culturale del territorio urbano

Comunità cinese Milano

Leonardo veniva chiamato Da Vinci, dall’omonimo paese in cui era nato, vicino a Firenze. Giovanni veniva da Palestrina, Antonello da Messina e Michelangelo da Caravaggio, nome con cui siamo abituati a ricordarlo. I cognomi in passato nascevano così, come un marchio che rivelava immediatamente il luogo di vita della persona.
 
Ancora oggi – pur non conoscendo la storia dei nostri cognomi – siamo portati a pensare che se ti chiami Rossi, Bernasconi e Fumagalli probabilmente vieni dal Nord Italia e se invece ti chiami Esposito e Caruso vieni dal Sud. Se ti chiami Cavallin, Marson, Trevisan, possiamo scommettere che vieni dal Veneto, altrove è infatti la vocale a concludere il cognome, e se è una U probabilmente le tue origini sono sarde.
 
Un cognome, un luogo, un’identità chiara e stagliata: sembra ovvio, e invece non lo è più. Non ci sono più solo i cognomi di una volta. Le culture stesse sono deterritorializzate e le origini non ci dicono più con certezza le prospettive future di singole persone e comunità.
 
A Milano – lo comunica l’anagrafe del comune –, è più facile oggi incontrare la “sciura” Hu piuttosto che la “sciura” Brambilla, figlia e nipote di milanesi.  Il cognome cinese ha infatti superato il noto cognome meneghino, e si pone al secondo posto per presenze in città, subito dopo Rossi.
 
Questo dato – come ha commentato l’assessore all’Area metropolitana, al decentramento e alla municipalità, Daniela Benelli – ci parla di un radicale cambiamento nella composizione culturale della città: solo venticinque anni fa tra i primi trenta cognomi milanesi non ce n’era neanche uno straniero, oggi tra i primi dieci oltre a Hu c’è anche Chen e Zhou. Il primato è dato alla comunità cinese, indubbiamente a motivo della sua antica presenza in città. L’immigrazione cinese risale infatti già agli anni Venti, quando dalla Francia si insediarono nel quartiere Paolo Sarpi migranti che raggiungevano il nostro Paese per lavorare nel settore tessile e sposarsi, non di rado, con le sarte milanesi.
 
Ma il dato ci suggerisce anche un’altra riflessione. Oggi le persone sono sempre più portate a immaginare il proprio futuro in un Paese diverso da quello dei propri padri e dei propri nonni. È un’opportunità in più data dai tempi in cui viviamo, in cui la mobilità è diventata esperienza maggiormente accessibile per molti.
 
Un discorso che siamo abituati a fare pensando agli immigrati, meno agli emigrati dal nostro stesso Paese. Operazione interessante – anche se indubbiamente più complessa – sarebbe quella di andare a vedere dove sono andati a costruire il proprio futuro i Brambilla che hanno lasciato la residenza milanese da una o più generazioni, e oggi magari si esprimono in spagnolo, portoghese o (perché no?) cinese, dall’altra parte del mondo.
 
Tornando ai numerosi Hu che ho incontrato per le strade di Milano, fin da quando quattordicenne attraversavo la città per andare a insegnare l’italiano ai figli delle famiglie cinesi, concludo questa breve riflessione pensando a Davide, milanese da trent’anni come me, nato e cresciuto in un quartiere non lontano dal mio. Parla italiano e cinese con la stessa disinvoltura. Ha studiato in una scuola cattolica storica della città. Passa le sue estati a Wenzhou. Si è laureato in Economia alla Bocconi e ha aperto con la moglie un ristorante italiano, in provincia di Como. I nostri nonni sono cresciuti in contesti radicalmente differenti, mentre noi condividiamo l’amore per la stessa città e la curiosità per ciò che accade al di là dei confini del nostro spazio di vita.
 

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