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Italia > Società

Un nuovo modo di viaggiare

di Marco Catapano

- Fonte: Città Nuova

FairTour è un’associazione che incentiva il turismo “responsabile” per conoscere meglio la cultura locale della destinazione prescelta

Turismo responsabile

Cosa c’è di più bello che viaggiare e scoprire posti nuovi? Chiunque di noi abbia avuto la fortuna di provare l’esperienza di un viaggio in un Paese mai visitato prima, tornando a casa si è sentito certamente “diverso”. Il confronto con culture e abitudini differenti dalle nostre, la visita di città e magari anche di opere d’arte straordinarie sono esperienze che sicuramente lasciano in noi la sensazione di sentirci arricchiti rispetto a quando siamo partiti. Spesso però, durante questi viaggi, non riusciamo a fare l’esperienza di incontrare veramente gli altri.

 

Nel 2010, anche per cercare di “colmare questa lacuna”, nasce il Progetto FairTour Italia, un’associazione di promozione sociale senza fine di lucro che opera a livello internazionale nel campo del cosiddetto “turismo responsabile”. L’associazione, nata da un’intuizione di Pierluigi Coscia, italiano che lavora a Dublino, utilizzando proprio il turismo in Paesi in via di sviluppo (e non solo), si pone come principale obiettivo quello di destinare il 100% dei profitti generati per contribuire a ristabilire uno dei diritti universali dei bambini, l’unico possibile per garantire loro un futuro a prescindere dalla nazionalità, cultura, pelle o credo: l’istruzione. Viaggiare dunque, ma in un modo diverso dal solito, con uno stile e delle “finalità” diverse dal solito, nel massimo rispetto di persone, ambiente e culture diverse dalle nostre.

 

In pratica si tratta di un turismo che possiamo definire “equo e solidale”, basato sul visitare posti bellissimi ma spesso fuori dal tradizionale circuito turistico, e di farlo al tempo stesso nel modo più adeguato affinché il nostro viaggio sia di giovamento per la popolazione locale, contribuendo di più all’economia del posto. Spesso, infatti, la maggior parte di ciò che viene speso per le vacanze in Paesi in via di sviluppo finisce per andare nelle casse dei Paesi Occidentali, un fenomeno conosciuto come Leakage che si viene a determinare quando si soggiorna ad esempio in hotel di proprietà di società occidentali, oppure si bevono e si mangiano prodotti importati piuttosto che quelli locali.

 

Un fenomeno a cui non facciamo molto caso, ma che risulta invece ben evidente da un dato: la Banca Mondiale ha stimato infatti che per ogni dollaro speso in vacanza in questi Paesi solo pochi centesimi finiscono davvero nelle tasche della gente comune che vive bei villaggi rurali e di mare in cui il turista alloggia. L’associazione, abbracciando questo progetto, si pone quindi l’obiettivo di aiutare a contribuire ad un turismo che abbia un basso impatto sull’ambiente e sulla cultura locale aiutando nel contempo a generare reddito ed occupazione per la popolazione locale.

 

Ma è possibile fare tutto ciò mantenendo un elevato grado di soddisfazione del turista? I promotori di FairTour sostengono che è possibile e ne elencano le ragioni. Esplorare un luogo a piedi o in bicicletta, ad esempio, aiuta a preservare l’ambiente ma al tempo stesso ha un fascino tutto particolare. Visitare i luoghi meno noti rispetto alle tradizionali mete turistiche può essere ugualmente gratificante (anche perché così facendo si evitano affollamenti). Trascorrere del tempo con la popolazione locale in un’atmosfera rilassata e senza fretta, avere più tempo per sviluppare amicizie, aiuta a comprendere cosa è veramente la vita per la gente che vive nella meta turistica da noi scelta.

 

Il Progetto FairTour è stato presentato recentemente in occasione della Giornata Internazionale della Famiglia promossa dalle Nazioni Unite, dove Pierluigi Coscia ha illustrato come si è cercato di mettere in pratica l’idea di fare qualcosa di concreto per aiutare milioni di bambini nel mondo che oggi muoiono o non ricevono una adeguata educazione a causa della povertà. Perché, come dicevamo, tutti i proventi dell’iniziativa vengono poi destinati a progetti sociali i cui beneficiari sono prevalentemente proprio i bambini più “sfortunati” delle nazioni visitate.

Riproduzione riservata ©

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