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Italia > Società

Quei montanari che vendono acciughe

di Silvano Gianti

- Fonte: Città Nuova

Dalla Valle Maira, sui monti del cuneese, una storia da non dimenticare: quella degli acciugai

acciughe

Alla Valle Maira ci sono affezionato: sarà perché i miei antenati venivano da Celle Macra o perché la mia prima maestra elementare era di Dronero, chissà. Sta di fatto che la Valle Maira, con i suoi sessanta chilometri stretti tra rocce e passaggi di strade stile montagne russe, ha un suo fascino. Poi sarà anche perché a me piacciono un sacco le acciughe, e da questa valle hanno scritto la loro storia gli acciugai. Cos’abbiano a che fare i venditori di acciughe in una valle a centocinquanta chilometri dal mare ce lo spiega Giacomo, Giacu in lingua locale: «Ci fu un tempo in cui gli abitanti delle valli alpine, specie queste del basso Piemonte, nella brutta stagione erano costretti a cercare una fonte di guadagno altrove. Era un’emigrazione che sovente non puntava ad aumentare le ricchezze della famiglia, ma semplicemente a non gravare sul consumo delle magre risorse disponibili. Si partiva già da bambini e ognuno s’ingegnava a trovare un lavoro».

 

In Valle Maira molti uomini iniziarono il mestiere di acciugai. Anziani e giovani a fine estate, terminati i lavori nei campi, scendevano al piano per vendere acciughe sotto sale che avevano comprato in Liguria; poi giravano nei paesi del Piemonte, della Lombardia e persino in Veneto ed Emilia.

 

«Il mestiere degli acciugai è nato qui – dice Giacu – perché tutto ha avuto origine dal commercio del sale, sul quale gravavano alti dazi. Qualche furbacchione pensò di riempire in parte una botte di sale ponendovi sopra, per occultarlo agli occhi dei gabellieri, uno strato di acciughe salate. Allo scoprire poi che la vendita di quelle acciughe procurava ugualmente un buon guadagno, si dedicò al nuovo commercio meno rischioso. Da racconti dei vecchi si sa che di solito partiva prima un capofamiglia, uno già esperto, che andava nei porti della Liguria a comprare la merce per poi portarla o spedirla in qualche città della pianura padana. Gli altri della famiglia, parenti o amici fidati, lo raggiungevano in quello che diveniva il luogo stabilito. Ci si dava appuntamento tutti muniti dei caratteristici carretti, i caruss, leggeri e robusti, rigorosamente costruiti in valle, precisamente a Tetti di Dronero, tutti colorati d’azzurro».

 

Poi si partiva, durante i mesi invernali, in attesa di tornare al lavoro dei campi. Giravano di paese in paese, tirando o spingendo il loro caruss carico di pesce salato, alla ricerca di acquirenti. «Percorrevano anche trenta e più chilometri al giorno; se non si poteva tornare al deposito si dormiva da qualche famiglia o azienda agricola, offrendo in cambio qualche acciuga. Anche per i pasti ci si aggiustava – spiega ancora Giacu – sovente buttando giù qualche acciuga sbattuta contro le aste del carretto per far cadere il sale. Un po’ per la sete, dovuta a tutto quel sale, e un po’ perché i migliori clienti erano gli osti: il vino inevitabilmente abbondava, creando spesso non pochi problemi».

 

Un mestiere che molti cominciavano da ragazzi, già intorno ai dodici anni: si cercava così di non essere di peso per la famiglia, ma non sempre per tutti il guadagno finiva col coprire le spese. Nel secondo dopoguerra molte famiglie abbandonarono definitivamente i paesi della valle, scendendo in pianura per dedicarsi esclusivamente al commercio. Abbandonarono i carretti, sostituendoli con i nuovi mezzi a motore. Sulle piazze dei mercati è possibile trovare ancora qualche acciugaio originario della Valle Maira tra i banchi del mercato, ma sono sempre meno. Anche se tanti quelli che non hanno abbandonato quel mestiere sono ora titolari di supermercati o luccicanti negozi…

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