Che ci sia unione… sempre! E’ una frase tipica tribale senegalese. “In Senegal quando c’è un problema non si pensa subito andiamo da un ‘terzo’, ma se ne parla sempre all’interno della comunità, da fratelli che si aiutano”. In queste comunità un ruolo fondamentale è assunto dalle donne, che hanno una funzione di garanzia dell’unione e si occupano in particolare di trasmettere i valori più importanti alle generazioni future. “Quando si sente dire ‘mamma Africa’ si pensa quasi sempre alla donna senegalese, e a me viene in mente il sindaco della mia città, vicino a Dakar, una donna vigorosa ed energica di 65 anni, o mi viene in mente mia nonna, che si è sempre occupata di politica”. Nonna con cui ha dato vita negli scorsi mesi a un progetto tra Italia e Senegal per l’apertura di un centro di trasfusioni di sangue gestito da medici locali, con l’accompagnamento a distanza di un centro sanitario lodigiano.
Avere poco, valorizzarlo molto. “Quando d’estate vado in vacanza a Dakar, so già che la cosa bella sarà trovare i miei cugini e i miei amici. Non dovremo andare a ballare o farci le nuotate sull’oceano, ci basterà un tè verde e saremo già contenti così”. Mi racconta che tra i senegalesi è diffusa l’idea che basta avere poco e valorizzarlo molto. E’ l’idea stessa della comunità, nata per stare insieme, aiutarsi e condividere ciò che si ha, anche quando è poco. La comunità di Zingonia, fondata da suo padre negli anni Ottanta, e che oggi conta circa mille aderenti, si basa su questa stessa idea: mettere in comune per far fruttare. Si passa dalla messa in comune di finanziamenti, per garantire per esempio il ritorno in patria delle salme delle persone morte in Italia, alla condivisione di competenze, come per Abdou, quasi avvocato, che si trova a gestire questioni di diritto del lavoro, dell’immigrazione o d’impresa, a servizio gratuito della sua comunità.
Donare, senza sapere chi riceverà. Da gennaio scorso Abdou ha deciso, dopo un lungo tempo di meditazione, di diventare donatore di sangue presso il suo Comune, Casalpusterlengo. “Ero sempre stato attirato da questa idea, perché credo sia la forma di altruismo più piena: doni qualcosa di tuo e non sai a chi andrà. E’ bello proprio per quello. E poi c’è un’altra cosa: una persona viene da un altro paese, si inserisce pienamente nella società e riesce anche a donare il sangue e a far parte della comunità… si può dire proprio che abbia chiuso il ciclo dell’integrazione!”.
Ci salutiamo augurandoci buone feste. Abdou è musulmano, io però dopo questo pranzo ho l’impressione di aver ritrovato il senso più profondo dello stare insieme, del condividere ciò che si ha, del donare senza ritorno. Il senso più pieno del Natale.
