L’Italia dipende per il gas al 95% dagli altri Paesi. Non è un dato particolarmente rassicurante, anzi è un elemento di criticità per la sicurezza dell’approvvigionamento nazionale.
In questa particolare situazione di criticità però c’è “un’ampia e diversificata capacità di importazione da una dotazione di infrastrutture di stoccaggio in grado di compensare la stagionalità della domanda, nonché eventuali problemi di funzionamento di un gasdotto o di un terminale di rigassificazione”. Lo rileva la relazione annuale dell’intelligence al Parlamento, pubblicata il 28 febbraio 2022 sul sito della sicurezza nazionale del governo italiano.
“Il gas, con una quota prossima al 40% – si legge nel report -, costituisce la principale fonte primaria del paniere energetico nazionale e la sua valenza è accentuata dal fatto che le centrali alimentate a metano rappresentano circa la metà della produzione elettrica italiana. Nella prospettiva della progressiva decarbonizzazione e in linea con le previsioni del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima, la rilevanza del gas appare destinata a perdurare, fino almeno al prossimo decennio, quale complemento delle rinnovabili discontinue (eolico e fotovoltaico) nella fase di transizione”.
Il sistema infrastrutturale italiano, quindi, è in grado così di soddisfare “livelli di domanda molto elevati anche in caso di interruzione della principale infrastruttura di importazione, ossia del gasdotto che trasporta i flussi in arrivo dalla Russia fino al punto di ingresso di Tarvisio (Friuli Venezia Giulia) e che, nel 2021, ha veicolato il 38% del fabbisogno nazionale”.
Con l’esplosione del conflitto tra Ucraina e Russia, l’Italia, così come tutta l’Ue, guarda con preoccupazione alle forniture di gas che, in gran parte, arrivano da Mosca. Secondo alcuni giornali nazionali, negli ultimi anni la dipendenza dal gas russo è aumentata in tutta l’Ue. Il fabbisogno complessivo è al momento coperto per il 46% dal gas in arrivo dai giacimenti siberiani.
C’è poi da considerare il gasdotto Nord Stream 2, non ancora in funzione, che collega la Russia direttamente con la Germania – con i suoi 1.234 km è il gasdotto offshore più lungo del mondo -: la Germania, appena Mosca ha riconosciuto il Donbass e inviato le truppe, ha deciso congelare questo progetto alzando ulteriormente il livello di tensione attorno alla crisi energetica.
Il Mare del Nord rimane il secondo fornitore di gas con una quota del 17%. Altre forniture – ma minori – arrivano da Algeria (con cui è stato appena stipulato un accordo per incrementare gli acquisti italiani), Libia e dall’Azerbajian. Il resto è coperto dalle forniture in arrivo via nave (il Gnl, gas naturale liquefatto).
A livello numerico, l’Italia nel 2021 ha consumato 71,34 miliardi di metri cubi di gas di cui il 37,8% è arrivato da Mosca, che è il primo fornitore. Secondo fornitore risulta essere l’Algeria, con una quota del 28,4%. A seguire altre quote minori sono rappresentate dal Mare del Nord per circa il 2,4% e dalla Libia per il 4,3%.
Un ruolo poi sempre più importante lo gioca il gasdotto Tap, ovvero Trans Adriatic Pipeline, l’ultima infrastruttura realizzata. Lo scorso anno ha garantito il 9,8% della domanda di gas italiano. Oggi ha una capacità di 10 miliardi di metri cubi di gas e arriva dai giacimenti dell’Azerbajian e una parte è stata acquistata in Grecia, Albania e Bulgaria.
Negli ultimi anni ha poi assunto sempre più importanza il Gas naturale liquefatto, dopo la realizzazione degli impianti di Livorno e Rovigo che si sono aggiunti al rigassificatore storico di La Spezia.
Intanto il governo sta lavorando al raddoppio della produzione nazionale di gas fino a 5 miliardi di metri cubi l’anno arrivando almeno a coprire il 10% del fabbisogno nazionale. Si punta poi ad aumentare i flussi dai gasdotti non a pieno regime come TransMed da Algeria e Tunisia, GreenStream da Libia e il Tap. E si sta pensando anche all’aumento del gas naturale liquefatto (gnl) da rotte come quella americana.