Scopro che Anne Carson ha vinto il Nobel mentre il mio treno sta entrando in Stazione Centrale a Firenze. Mi fermo un attimo, respiro e sorrido.
Ci sono notizie che riescono a cambiare una giornata. Questa, per me, è una di quelle. Anne Carson è un’autrice che amo. E il suo Nobel mi sembra uno dei riconoscimenti più belli che la letteratura potesse ricevere.
Perché Carson è una scrittrice difficile da definire. È poeta, saggista, traduttrice. Ma soprattutto è una scrittrice che ha sempre giocato con le forme, mescolando poesia e prosa, mito e quotidianità, pensiero e racconto. Nei suoi libri non sai mai esattamente dove una cosa cominci e dove finisca l’altra. E forse è proprio questo il suo talento: spostare continuamente i confini.
Anne Carson ha dimostrato che, una volta imparate le regole della scrittura, possiamo anche decidere di cambiarle. Che una pagina non deve per forza assomigliare a tutte le altre pagine. Che un saggio può contenere poesia, che una poesia può diventare racconto, che una traduzione può trasformarsi in un modo nuovo di pensare.
Se un foglio è un rettangolo, Carson ci ricorda che possiamo farci quello che vogliamo, se ne siamo capaci. E lei lo è.
L’idea di letteratura di Anne Carson
Penso a una frase che viene da Economia dell’imperduto (Utopia, traduzione di Patrizio Ceccagnoli). È una domanda semplice e, allo stesso tempo, enorme: «[…] dov’è l’umano deposito in cui sedimenta tutto questo?».
Carson sta parlando di stelle che hanno smesso di splendere migliaia di anni fa e la cui luce, tuttavia, continua ad arrivare fino a noi.
Mi piace pensare alla letteratura nello stesso modo.
Ci sono parole scritte molto tempo fa che continuano a raggiungerci. Ci sono libri che incontriamo in un momento della nostra vita e che ritroviamo, diversi, anni dopo. Ci sono versi che dimentichiamo e che, improvvisamente, tornano alla memoria.
È lì, forse, che la letteratura diventa qualcosa di più di una storia. Diventa un deposito.
Un luogo invisibile in cui sedimentano le cose che abbiamo vissuto, quelle che abbiamo perduto, quelle che ancora non sappiamo di stare cercando.
Sono felice del Nobel ad Anne Carson perché mi sembra che venga premiata anche una certa idea di letteratura: libera, curiosa, capace di attraversare generi e discipline senza chiedere il permesso.
Carson parte spesso dalla Grecia antica e arriva alla nostra vita quotidiana. Parla di traduzione, di poeti, di filosofia, di amore, di dolore. E riesce a far convivere tutto questo sulla stessa pagina.

Un libraio regge alcuni libri della poetessa e saggista canadese Anne Carson in una libreria nel centro di Londra, Gran Bretagna, l’8 ottobre 2026. EPA/TOLGA AKMEN
Una scrittura senza confini
In Italia la sua opera è abbastanza presente, grazie soprattutto a editori come Utopia e Crocetti, ma anche La Tartaruga, La Nave di Teseo, Tlon e Biblion.
Ora spero che questo Nobel faccia quello che i premi più belli dovrebbero fare: portare nuovi lettori verso i libri.
Perché Anne Carson non è sempre facile. E va bene così.
Non credo che per leggerla sia necessario capire tutto. Anzi, penso che sia più interessante lasciarsi guidare.
Leggerla è un po’ come entrare in un mare senza conoscere esattamente la direzione. Una pagina parla della Grecia antica, quella dopo della traduzione letteraria, quella successiva di Monica Vitti. Poi arrivano l’amore, la morte, il desiderio, la paura.
E noi continuiamo a nuotare.
Amo la letteratura anche per questo: perché ancora riesce a sorprendermi. Un libro può arrivare in un momento preciso della nostra vita e cambiare il significato di qualcosa che credevamo di conoscere già. Può regalarci una parola, una domanda, un’immagine che non avevamo mai visto.
Anne Carson fa esattamente questo. Non ci chiede soltanto di capire. Ci chiede di guardare diversamente.
Forse è questo che fanno le grandi scrittrici e i grandi scrittori: non ci spiegano il mondo, ma ci permettono di abitarlo per qualche pagina con occhi nuovi.
Ecco perché sono felice di questo Nobel. Felice perché viene premiata una scrittrice che ha avuto il coraggio di non scegliere tra poesia e prosa, tra passato e presente, tra pensiero ed emozione. Felice perché, ancora una volta, la letteratura ci ricorda di poter essere un luogo senza confini. E felice perché so che, da oggi, qualcuno che non aveva mai letto Anne Carson potrebbe prendere in mano un suo libro.
Potrebbe aprirlo. Potrebbe perdersi.
E magari, come è successo a me, potrebbe uscirne con qualcosa in più. Un’immagine, una domanda, una parola. Qualcosa da mettere nel proprio umano deposito.
È una delle cose più belle che la letteratura possa fare.