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Italia > Regioni

Vajont 63 anni dopo: nuovi studi e vandalismo che infanga la memoria

di Chiara Andreola

Mentre l’Istituto di oceanografia e geologia sperimentale di Trieste e l’Università di Parma contribuiscono a fare ulteriore chiarezza sulla frana che il 9 ottobre 1963 provocò la morte di quasi duemila persone, un episodio verificatosi sulla cime della Croda Granda ha avuto particolare eco in relazione alla memoria di quanto accaduto

Il cimitero delle vittime del Vajont, Longarone. ANSA/ANDREA SOLERO

Nel resto d’Italia è un anniversario meno sentito, ma a Nordest il ricordo del 9 ottobre 1963 continua ad essere molto presente: un momento “spartiacque”, di quelli in cui tutti quelli che già c’erano si ricordano dov’erano e cosa stavano facendo quando hanno ricevuto la notizia. Parliamo dell’anniversario della tragedia del Vajont, quando dal monte Toc si staccò un’imponente frana.

Quasi 2mila vittime

I 263 milioni di metri cubi di roccia rovinarono sul sottostante invaso artificiale, che conteneva al momento 115 milioni di metri cubi d’acqua. Circa 25-30 milioni di metri cubi di acqua tracimarono dalla diga investendo la cittadina di Longarone. La gigantesca onda uccise 1917 persone: 400 non furono mai ritrovate. La diga – tragica ironia della sorte – ha retto perfettamente ed è ancora lì, a perenne monito di quanto accaduto: nessuno passa da Longarone senza sollevare lo sguardo verso quella valle laterale.

Vedute del luogo della tragedia del Vajont, 9 ottobre 1963 ANSA/OLDPIX

Se il grande pubblico ha conosciuto la storia del Vajont – sostanzialmente quella di una diga che si doveva fare ormai a tutti i costi nonostante gli evidenti problemi di stabilità idrogeologica, e del successivo tortuoso percorso giudiziario conclusosi definitivamente solo nel 2000 – con lo spettacolo omonimo di Marco Paolini e Gabriele Vacis del 1993, questa zona di Nordest tra le province di Belluno (dove accadde il fatto), Pordenone (dove vennero accolti gli sfollati nella “new town” di Vajont) e Treviso (dove vennero recuperati i corpi trascinati a valle dal Piave) ogni anno si ferma: e lo fa anche quest’anno, con le consuete commemorazioni.

Quest’anno, peraltro, con una novità: la sera del 7 ottobre è infatti stato presentato alla comunità un nuovo studio, condotto dall’Ogs (Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale di Trieste) assieme all’Università di Parma, che ha fatto ulteriore luce su come la frana abbia potuto sollevare un’onda così alta.

Nuove informazioni

Se inizialmente la cosa era stata attribuita soltanto alla velocità e alla compattezza dei detriti, ora si è invece chiarito che la frana era in realtà costituita da due blocchi di diversa composizione che sono caduti a velocità diverse, con il secondo che ha agito da “spinta” per l’acqua già sollevata. Se ciò nulla cambia rispetto a quanto accaduto e alle responsabilità di chi ha coscientemente portato avanti un progetto che doveva invece essere fermato, è comunque anche questo un tassello di quella richiesta di chiarezza che da 63 anni sale dalla valle. Ed aggiunge informazioni utili alla gestione del rischio idrogeologico che, con la crisi climatica in corso, diventa sempre più rilevante anche in luoghi un tempo considerati non critici.

La madonnina divelta

Ma c’è stato di recente anche un altro episodio, slegato da tutto questo, che ha avuto vasta eco e contribuito a tenere viva la memoria del Vajont in quest’angolo di Nordest. A metà settembre infatti è stata divelta da ignoti la madonnina collocata sulla vetta della Croda Granda, nel comune bellunese di Gosaldo, insieme alle targhe commemorative di due giovani morti e al libro di vetta. Un atto di vandalismo che si inserisce in una lunga e triste serie di episodi di danneggiamenti a croci di vetta e bivacchi – sempre a Gosaldo è stato chiuso quest’estate il bivacco Menegazzi per questa ragione, ma casi analoghi si sono verificati in tutte le Dolomiti -, ma che questa volta tocca direttamente la memoria collettiva del Vajont.

Madonnina di vetta della Croda Granda (foto Chiara Andreola)

Quella madonnina era stata infatti recuperata da un gruppo di volontari di Fossalta di Piave, giunti per aiutare la popolazione colpita, proprio sul greto del Piave, trascinata lì da chissà quale chiesetta o capitello che l’acqua aveva incontrato sulla sua strada. Ed era stata collocata sulla vetta della Croda Granda a Gosaldo, dove la parrocchia di Fossalta ha una casa, in segno di preghiera alla Vergine e di memoria di quanto accaduto.

Memoria infangata

Il fatto che un gruppo di vandali si sia sobbarcato quasi 2000 metri di dislivello (perché lassù si arriva solo dopo un impegnativo percorso alpinistico), con tanto verosimilmente di pesanti attrezzi nello zaino per fare questo “lavoro”, è stato visto non solo come un insulto alla Madonna (almeno per chi crede) e alla memoria dei giovani a cui erano dedicate le targhe e alla loro famiglie. Ma anche alla memoria di tutte le vittime del Vajont, che quella madonnina era lì a ricordare – e chissà se gli autori del gesto ne erano al corrente. L’eco del fatto è quindi stata molto ampia, ben al di là della valle in cui è accaduto, e le forze dell’ordine stanno attualmente indagando per individuare i responsabili.

Le targhe e il libro di vetta non sono stati ritrovati, mentre la madonnina è stata individuata in un canalone poco più in basso. L’amministrazione comunale ha dichiarato che si cercherà di provvedere al recupero appena possibile, in quanto è stata gettata in un punto difficilmente raggiungibile e sarà probabilmente necessario un intervento in elicottero.

Storia e attualità, insomma, si tengono per mano. Anche là dove la cosa non è intenzionale.

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