Appena qualche giorno fa abbiamo parlato di quello che sta accadendo in Francia nell’articolo di Sara Fornaro Non solo studenti: protestano anche i lavoratori. Francia a soqquadro. In poco tempo la situazione è cambiata, o per meglio dire, si è allargata.
Facciamo un breve riepilogo. Lo scorso 17 settembre al liceo Saint-Exupéry di Créteil, nella periferia di Parigi, gli studenti hanno iniziato a mobilitarsi a fianco del personale scolastico, il quale lamentava la mancanza di insegnanti e di personale non docente. L’istituto è stato bloccato, e da lì a poco, a macchia d’olio, la protesta si è diffusa su tutto il territorio francese.
Tra le richieste: più professori, classi meno numerose, edifici scolastici adeguati, migliori condizioni di studio e una revisione di alcuni aspetti di Parcoursup, il sistema di accesso all’università. Il 5 ottobre, secondo il ministero dell’Interno, erano già oltre 400 gli istituti interessati dalla mobilitazione.
Nella giornata di ieri, 6 ottobre, si è arrivati a quello che è stato definito dagli studenti francesi il terzo atto della protesta. Secondo il ministero dell’Interno, i manifestanti registrati nella giornata sono stati 266.000, 450.000 secondo le organizzazioni studentesche – di questi, 56.000 a Parigi.
Leggendo alcune notizie sembrerebbe che le manifestazioni siano state solo violente e segnate dagli scontri. Secondo quanto riportato da ANSA, il corteo parigino è stato «in gran parte pacifico», con studenti, professori, genitori e sindacalisti. Gli scontri sono arrivati soprattutto alla fine della manifestazione, quando alcuni gruppi hanno lanciato sassi e oggetti, acceso cassonetti e danneggiato arredi urbani. La prefettura ha parlato di circa 300 «individui ostili». A fine giornata si sono registrati 488 fermi e 43 agenti feriti.
Il ministro dell’Istruzione Édouard Geffray è intervenuto all’Assemblea nazionale a difesa delle ragioni della protesta, dichiarando che la violenza va distinta dalle rivendicazioni degli studenti. Ha inoltre riconosciuto che i liceali esprimono «un profondo bisogno di scuola e di avere voce in capitolo» e ha definito «legittime» le loro rivendicazioni.
Il primo ministro Sébastien Lecornu ha invitato il governo ad ascoltarli con «con grande umiltà», e allo stesso tempo ha condannato fermamente le violenze, definendo «inaccettabile» la loro banalizzazione e sottolineando che le manifestazioni pacifiche rientrano pienamente nel diritto democratico di esprimere il proprio dissenso.
L’AFP, l’Agence France-Presse, ha raccolto alcune testimonianze degli studenti scesi in piazza. Diane, una liceale parigina, racconta di una mobilitazione che sta riunendo ragazzi provenienti da realtà diverse, dalle periferie al centro, dalle scuole pubbliche a quelle private, accomunati dalla convinzione che «c’è bisogno di cambiamento». Yanis, 16 anni, indica invece problemi molto concreti: nella sua scuola mancano servizi igienici adeguati, le lezioni possono protrarsi dalle 8 alle 18 e le classi arrivano a 36 studenti.
Nonostante in Italia ci siano altrettanti motivi per farsi sentire, sembra che la voce sia molto più flebile. Ad ogni modo, la protesta sta iniziando a emergere, ma siamo ancora molto lontani dalle dimensioni della mobilitazione francese. Secondo quanto riportato da ANSA, a Torino sono stati occupati il liceo Regina Margherita, l’istituto tecnico Giulio e il liceo Lagrange. A Roma è stato occupato il liceo Cavour, mentre in altri istituti, tra cui l’Avogadro e il Newton, si sono svolte assemblee e picchetti. Sempre nella Capitale, circa 150 studenti del liceo francese Chateaubriand hanno scelto di non entrare a scuola, manifestando con cartelli e fischietti in solidarietà con gli studenti francesi e per chiedere una riduzione delle rette scolastiche.
