Nel 2011 venne in primo piano nel mondo arabo una serie di contestazioni che l’Occidente salutò come “Primavera araba”. In realtà, non si trattava, come tanti speravano, di una nuova tendenza dei popoli arabi verso la democrazia elettiva, ma di una serie di contestazioni di diversa natura. In Tunisia, ad esempio, si trattò di una forte protesta sulle condizioni di lavoro precarie della popolazione; in Egitto, le manifestazioni a Piazza Tahrir avevano nel mirino lo strapotere dei Fratelli Musulmani; in Siria, a Hama si materializzò una violenta protesta contro il dittatore Assad e il suo onnivoro partito; in Libia, dietro le manifestazioni si nascondevano questioni tribali, e così via.
Con poca lungimiranza, e con scarsa conoscenza del mondo arabo, l’Occidente aveva salutato quelle manifestazioni come un’espressione evidente della tendenza del mondo arabo alla democrazia, al rispetto dei diritti umani, in fondo al riconoscimento della superiorità della modernità maturata in Europa e nelle Americhe, rispetto all’arretrato sistema politico e sociale in vigore nei Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente.
I fatti hanno poi dimostrato quanto fallace fosse il giudizio occidentale, influenzato da teorie politologiche e geostrategiche fallaci come quella ben nota della cosiddetta “esportazione della democrazia”. Ricordiamo le immagini delle donne velate libiche che uscivano dai seggi delle elezioni susseguenti all’assassinio di Gheddafi, esibendo il pollice intinto nell’inchiostro, immagine che veniva interpretata come segno del voto e della presunta scelta di campo per la democrazia elettiva e per la libertà post-dittatoriale? Ebbene, quindici anni più tardi, della Libia si può dire tutto tranne che sia un Paese democratico.
Fatima Ezzahra El Mansouri, prima ministra del Marocco

La coordinatrice nazionale del Partito dell’Autenticità e della Modernità (PAM), Fatima-Zahra Mansouri, partecipa a una conferenza stampa a Rabat, in Marocco, il 24 settembre 2026. Foto: EPA/JALAL MORCHIDI via Ansa
L’errato giudizio occidentale sul mondo arabo non significa che le cose non si muovano nei Paesi che talvolta vengono riuniti nella regione definita “Mena”, cioè Medio Oriente-Nord Africa. Ad esempio, il nuovo primo ministro del Marocco è una donna: Fatima Ezzahra El Mansouri, nominata dal re Mohammed VI. Già sindaca di Marrakech è da anni una figura di spicco della politica marocchina, tra l’altro va a capo scoperto. Anche il processo per il caso Regeni, al di là delle polemiche interne italiane, ha dato alcuni segnali di novità, perché il tribunale ha comunque condannato tre funzionari egiziani per il rapimento (non per l’assassinio) del ricercatore italiano.
Ancora, dal fronte siriano si cerca di capire cosa stia succedendo a Damasco, dove il governo di Abu Mohammad al-Jolani (il cui vero nome è Ahmad al-Sharaa), leader de facto e capo del nuovo governo della Siria, sta cercando di introdurre qualche novità nella gestione dello Stato, mentre nel Paese la sicurezza non è garantita, e in varie zone sono in atto regolamenti di conti nel post-Assad. Ancora, in Algeria, dopo mesi e mesi di manifestazioni di piazza per un cambiamento politico, lo sconforto sembra attraversare il popolo, ma le esigenze manifestate sono tutt’altro che tramontate e prima o poi ritorneranno a galla.
Dalla primavera alla transizione araba
E si potrebbe continuare nel raccontare quella che non è una “primavera”, ma una “transizione araba”. Cosa ci può insegnare l’attuale situazione che ha un carattere fluido? Che i popoli hanno diritto all’autodeterminazione, e che le pretese di chi vorrebbe contribuire ad accelerare i cambiamenti sono state e sono poco lungimiranti. Il tempo è necessario: ogni Paese deve essere lasciato libero di trovare la propria via non verso la modernità – termine carico di troppe ambiguità – ma verso la libertà, declinata secondo il patrimonio culturale di ogni popolo.
Non è detto, ad esempio, che la democrazia elettiva sia la via politica maestra per Paesi in cui il “padre” è ancora la prima fonte di autorità: non si può mai dimenticarlo. Ma purtroppo tanti Paesi arabi continuano a soffrire – iconico è il Libano – di ingerenze esterne che avvelenano i pozzi della convivenza civile e impediscono una maturazione collettiva verso società più libere e solidali.
