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Italia > Società

Non possiamo abituarci all’orrore, l’odio ci interpella tutti

a cura di Adriana Masotti

- Fonte: Città Nuova

Intervista a Matteo Corradini, ebraista e scrittore che si occupa di didattica della Memoria della Shoah. Cosa significa oggi lavorare sulla memoria alla luce di tutto ciò che si vive in Israele, a Gaza, in Cisgiordania, e all’aumento dell’antisemitismo nel mondo?

Familiari israeliani in una cerimonia in memoria delle vittime del 7 ottobre 2023 ANSA EPA/ATEF SAFADI

I dati diffusi dall’Anti-Defamation League (Adl), ong internazionale ebraica con sede a New York, nel suo Rapporto mondiale sull’antisemitismo confermano che a livello globale il numero degli attacchi antisemiti nel 2025 è rimasto decisamente superiore rispetto al periodo precedente l’inizio del conflitto a Gaza.

Più di 23.000 quelli documentati nei 7 Paesi con le maggiori comunità ebraiche extra Israele. In Italia, l’Osservatorio Antisemitismo della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC), nel 2025 ha registrato 963 episodi rispetto ai 241 del 2022. Oltre la metà sui social.

Per il CDEC «il 2025 segna una normalizzazione dell’odio contro gli ebrei». Anche nel Rapporto dell’Adl si osserva che il cessate il fuoco in Gaza non ha visto una diminuzione degli attacchi facendo temere che «piuttosto che una reazione a una specifica crisi geopolitica, gli alti livelli di antisemitismo siano diventati una caratteristica normalizzata nelle società».

C’è da dire però che l’accordo di pace del 10 ottobre 2025 non ha prodotto un sensibile miglioramento nella vita dei palestinesi oggetto ancora di continue violenze anche in Cisgiordania. E che si è fatto più chiaro nel tempo l’obiettivo della mobilitazione militare israeliana. Sembra dunque innegabile che il persistere delle tensioni incida sui sentimenti di ostilità verso Israele che in concreto si traducono in aggressioni verso gli ebrei nel mondo. Ma per contestare un governo è “normale” prendersela con un popolo?

Fare memoria oggi

Matteo Corradini Foto am

Matteo Corradini è ebraista e scrittore. Si occupa di didattica della Memoria attraverso progetti scolastici, libri, conferenze, proiezioni, spettacoli musicali e teatrali. Ma che cosa significa oggi lavorare sulla memoria alla luce di tutto ciò che si vive in Israele, a Gaza, in Cisgiordania? Riflettere sulla Shoah serve a far diventare realtà il “mai più” pronunciato alla fine della II guerra mondiale?

Matteo Corradini, ci avviciniamo al terzo anniversario di quel tragico 7 ottobre in cui Hamas sconvolse con il suo feroce attacco Israele e tutti noi, provocando conseguenze drammatiche. Che cosa ha rappresentato per lei quel giorno?

Penso a intere famiglie sterminate, a bambini nei loro lettini, a giovani che ballavano a una festa. All’angoscia di centinaia di persone rapite. Quel giorno mi ha fatto male forse più del previsto, ho guardato una parte di mondo che crollava per volontà di terroristi affiliati ad Hamas o al Jihad, ma anche per volontà di gente comune, maschi palestinesi giovani, esseri umani cresciuti nell’odio, coltivati nel desiderio di violenza contro gli israeliani, senza distinzione. Non possiamo abituarci all’orrore, alla sofferenza inflitta in nome di sé stessa, alla celebrazione della morte altrui mascherata da resistenza.

Che cosa pensa dell’aumento dell’antisemitismo nel mondo?

Penso alle comunità ebraiche, e a quanto sia faticoso mantenere e vivere la propria identità. Gli ebrei italiani, come quelli europei, da tempo forse non si sentivano così soli. Ma se non diventa preoccupante anche per noi che ebrei non siamo, quale modello di progresso abbiamo costruito? Se una minoranza piccola come quella ebraica viene ancora attaccata in troppi modi diversi, è compito dell’intera società, di ciascuno di noi, difendere quella preziosissima cellula della nostra civiltà. Ogni atto violento contro una minoranza indifesa deve interpellarci. Altrimenti ammettiamo che esistano minoranze meno degne di altre.

Come valuta il ddl sull’antisemitismo in discussione in Italia?

Il ddl si attiene alla definizione dell’IHRA, l’International Holocaust Remembrance Alliance, ed è guidato dal principio per cui ogni popolazione, religione o minoranza del mondo non può essere considerata omogenea al suo interno. L’antisemita considera l’ebraismo italiano o internazionale come una massa omogenea di persone indistinte per carattere, desideri, propensioni, spiritualità, scelte politiche, allineamento alle scelte e alle azioni dello stato ebraico. Credere che un ebreo europeo o israeliano, in quanto ebreo, approvi l’uccisione di civili palestinesi non è un pensiero solamente stupido. È di fatto antisemita. Questo genere di antisemitismo oggi sta portando a numerosi atti di violenza contro gli ebrei in quanto ebrei.

Chi ha letto il ddl sa che criticare il governo di Israele rimarrà legittimo: altrimenti in futuro verrò incolpato anche io come antisemita. Possiamo poi ragionare su quanto una legge da sola possa limitare un fenomeno negativo, però una legge, in questo particolare momento storico, è anche un modo per condividere una consapevolezza, per prendersi la responsabilità politica di un problema.

Lei si occupa di didattica della Memoria. Che cosa significa fare memoria oggi di un genocidio, mentre secondo l’Onu un altro genocidio è in corso…

Quando si ricorda il genocidio degli ebrei, se ne ricorda insieme un altro meno noto: quello dei rom e dei sinti, avvenuto per mano dello stesso regime nazista. La Memoria continua a cambiare: cambiano le generazioni e con esse cambia il modo di fare Memoria, è inevitabile. Si allunga a dismisura la distanza temporale tra i giovani di oggi e quegli accadimenti, ma con la Memoria la distanza umana può rimanere più stretta. Si studia la Storia per pensare meglio, ma si fa Memoria per coltivare l’empatia. Dentro di me, ho la fragile speranza che siano le storie, le nostre storie, a tenerci vivi.

La parola genocidio è molto forte, e più la studio e più la uso raramente: so che da sola non basta a definire la nostra attenzione, basti guardare al genocidio degli armeni. Nel caso israeliano, il suo valore giuridico è tuttora in discussione e non credo si arriverà a una risposta in tempi brevi: la Corte internazionale di giustizia sta ancora esaminando la causa. Il valore simbolico della parola “genocidio” è stato invece dispiegato quasi subito nelle piazze e nella comunicazione della galassia pro-Pal: ha una valenza morale e accusatoria ben più forte. L’intreccio confuso tra piano simbolico-metaforico e giuridico andrà prima o poi districato.

Dopo quanto è successo in Europa agli ebrei a causa del nazismo, ci aspetteremmo da Israele una particolare sensibilità di fronte alla sofferenza. É difficile capire comportamenti che invece rinnegano la dignità umana come quelli nei confronti dei civili palestinesi…

Se la domanda riguarda quanto gli attuali governanti di Israele abbiano compreso la Storia, la risposta è davvero semplice: zero. La comunicazione e le scelte pratiche del governo Netanyahu, in particolare da parte dei ministri Smotrich e Ben-Gvir, sono ispirate dalla volontà di una pulizia etnica e dal tornaconto politico personale. I coloni in Cisgiordania agiscono in dispregio del diritto internazionale, tutelati dal loro stesso governo. Se la domanda invece riguarda la complessità della realtà israeliana, è impossibile rispondere se non che, purtroppo, ogni generazione in qualsiasi parte del pianeta è segnata anche dai violenti. Perché i nipoti delle vittime dovrebbero essere persone migliori? La Shoah di per sé interpella l’intera umanità.

Quando una nazione autoritaria o teocratica compie azioni violente siamo pieni di dolore ma non di stupore. È il caso di Hamas in questi anni. Spesso siamo spinti a una reazione, anche emotiva, contro quei regimi ma non odiamo le loro popolazioni.

Ogni forma di violenza e di inciviltà che proviene invece da una nazione democratica ci fa per certi versi più ribrezzo, perché lede la nostra idea di luogo sicuro e instilla anche nei più saggi il sospetto che un’intera nazione, dato che il suo particolare governo è stato votato, sia concorde nelle azioni dell’esecutivo. A seguire il ragionamento, possiamo biasimare in toto gli israeliani perché hanno Netanyahu e gli statunitensi perché hanno Trump. Anche noi italiani abbiamo qualche scheletro nell’armadio?

Dall’inizio lo Stato d’Israele si è trovato a dover difendere la sua stessa esistenza, ma può essere la terribile esperienza della Shoah uno scudo utilizzato per pretendere dalla comunità internazionale un sostegno che non conosce critiche e limiti?

Analizzare i rapporti che la comunità internazionale ha tenuto con Israele nella storia occuperebbe centinaia di pagine, tra sostegno e sfruttamento, risarcimenti morali ed economici, delega di problemi geopolitici spinosi… Ma sarebbero discorsi validi fino al 7 ottobre 2023, o meglio fino alla fase successiva di quel giorno. Oggi è cambiato quasi tutto, e perfino una nazione come la Germania, che ha sempre avuto molto pudore nel discostarsi dalle scelte di Israele, esprime critiche molto profonde. Credo che l’onda lunga della Shoah su Israele si sia di fatto conclusa, qualsiasi caratteristica o ampiezza avesse avuto finora.

Alcuni intellettuali, anche ebrei, ritengono che la politica intrapresa dall’attuale governo stia spingendo Israele verso un suicidio politico e morale. Condivide?

No. L’attuale governo è divisivo e ha trasformato una mentalità nefasta in politica, creando danni e lasciando irrisolti problemi che andranno affrontati da chi verrà dopo. Una buona maggioranza degli israeliani non vede l’ora che il governo Netanyahu se ne vada, e che Netanyahu affronti i suoi processi. Ma non ci vedo un suicidio in tutto questo: ci vedo una nazione in grande difficoltà, guidata da sprovveduti, ci vedo una democrazia che saprà darsi un ordine, saprà riallacciare rapporti. Perlomeno è quello che spero.

Che cosa dovremmo insegnare ai nostri giovani oggi per non dimenticare il passato, ma anche per scrivere un futuro diverso?

Mi chiedo anzitutto, a giudicare dai danni che la mia generazione sta facendo, cosa le nuove generazioni possano insegnare a noi. Forse che la pace è faticosa. Che chi arriva da un altro luogo è una sorella, un fratello. Che non è scontato incontrarsi, ma che è l’unica cosa per cui valga la pena vivere su questo pianeta: dialogare, ascoltare le ragioni dell’altro, sollevarsi sopra la superficialità. Vedo bei segni di una consapevolezza diversa, e ho la speranza nel cuore di chi è a metà della propria vita (mi auguro) e comincia a passare il testimone.

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