Spettacolo ammaliante, No, della compagnia La Venidera, rappresenta un’esemplare contaminazione e stratificazione di danza spagnola, flamenco e danza contemporanea, dentro una scrittura coreografica densamente poetica, ad opera di un duo magnetico per presenza scenica e interpretazione. Loro sono i catalani Albert Hernández e Irene Tena, ex danzatori di punta del Ballet Nacional de España dal quale si sono staccati per intraprendere un percorso autoriale già più che promettente. Prova ne è lo spettacolo No, titolo che è anche un programma (debutto al festival Oriente Occidente di Rovereto).
«La negazione – dicono – come forza creativa e rigeneratrice», racchiude più temi, a partire dalla messa in discussione di tutto ciò che è dato per scontato. Come la tradizione. Ed è su questo percorso che i due autori muovono la loro ricerca artistica tra radice e cambiamento: ibridare e rinnovare la danza spagnola verso nuove forme, visioni, sperimentazioni, ampliarne i confini.

ph Monia Pavoni
Al centro della scena una pedana rialzata – dalla quale, in seguito, si apriranno delle botole – e della terra sparsa. L’inizio dello spettacolo è in un silenzio austero, col lento ingresso di una donna con una sedia in mano, intenta subito a chiodare il tacco delle sue scarpe e saggiare l’effetto sonoro sul legno. Segue l’ingresso di un uomo con in mano alcuni pezzi della sua seggiola montata sul momento e posta frontalmente all’altra. Sulle due sedie speculari prenderanno forma i corpi della coppia col dipanarsi di un racconto di danza inscritto nei loro gesti. La coreografia che segue sarà avvolta dal paesaggio sonoro del musicista elettronico Derek V. Bulcke il quale, aggirandosi quasi invisibile attorno alla pedana e con un carrello da dj-set, manipola via via una musica preesistente improvvisando.

ph Monia Pavoni
Di forte impronta teatrale, lo spettacolo – che si è avvalso della consulenza artistica del coreografo e regista Marcos Morau il cui segno è ben chiaro negli stilemi di danza della coppia – è anche una storia d’amore, un negarsi e concedersi, allontanarsi e riprendersi, dubitare e attirare. Continuamente avvinti nell’intreccio di braccia, mani, gambe, volti e busti, i due generano un sorprendente gioco intimo e severo di segni netti e colpi assestati sul ritmo gestuale dei corpi (trovano spazio momenti di assoli in cui irrompe una farruca, subito tradita da inedite posture; o un ballo al ralenti sulle note di un cantaor, che è un ricordare il passato e l’influenza della danza tradizionale). L’intensità e fragilità della relazione, la coppia la esprime nello scontro-incontro frontale seduti o sopra le due sedie e con un microfono sempre dislocato nel loro muoversi, che amplifica i respiri, i battiti e i passi dei piedi. Sono i colpi delle zapatos de baile, che percuotono la pedana. Quelle scarpe, simbolo della danza spagnola, diventano l’oggetto cardine della pièce, praticate nel percussivo, intenso ballo della relazione amorosa; poi dismesse e buttate dentro una botola; infine riprese e distrutte. Ne faranno, insieme al legno delle sedie e alle giacche nere dismesse, un falò simbolico, dalle cui ceneri «…dell’ordine costituito, trovare la propria fiamma che arde di una luce nuova».
Un nuovo rapporto, una nuova danza, una nuova espressività, e una riflessione: «Alla fine, tutto muore – dice una voce off sul finale –. Chiudiamo gli occhi e cessiamo di esistere e rinasciamo dalla polvere di cui un tempo eravamo fatti. La realtà è per chi dorme. … Bruciamo tutto e ricominciamo da capo». Il “No” è anche tutto ciò che deve ancora venire, ci dicono La Venidera; la negazione è l’ossigeno che il fuoco consuma e che alimenta la creazione.
