I cittadini oggi sono spettatori di un dialogo difficile, data la polarizzazione, tra palazzi, partiti e Terzo Settore.
Il Piano B di Becchetti, Bruni, Magatti, Granata, Pelligra, Vittadini ed altri studiosi rovescia lo schema. Parla al Paese e mette insieme quanti non hanno smesso di costruire in questi anni. Nasce così una proposta per l’Italia, uno s-partito elaborato da una società civile organizzata in dialogo alto, difficile, trasversale con il mondo in crisi della politica.
Questo esperimento di cittadinanza attiva sarà riuscito se i suggerimenti programmatici verranno accolti, tra un anno circa, da chi vincerà le elezioni politiche.
Il Piano B. L’ Italia che verrà. Note per il cambiamento che serve, Donzelli 2026, è scritto da diciotto autori che definiscono il declino italiano come ” patologia sistemica”.
Decenni di scelte culturali, economiche, politiche hanno premiato l’efficienza individuale sulla relazione, la competizione sulla cooperazione, la prestazione sulla cura. Questo è il problema dell’Italia. «Mai così connessi, mai così soli. È il paradosso del nostro tempo, e dentro questo paradosso la società italiana si è frammentata. I legami di prossimità si sono dissolti, la crisi attraversa la sanità, la scuola, il lavoro, le città, la vita quotidiana. Non è solo una crisi economica. È una crisi di relazioni ».
Gli autori indicano un Piano B, una via di uscita, un’idea nuova di società. Per sostenere scuola, welfare, città, transizione ecologica e digitale, occorre rafforzare i legami che li attraversano. Sviluppo, salute, qualità della vita, percorsi di pace non si reggono sulle sole prestazioni ma sui legami sociali, sul prendersi cura. Il sistema rischia di collassare. Il tempo stringe. Cittadini, territori, istituzioni, partiti e prossimo Governo devono attuare un cambiamento all’altezza del passaggio d’epoca. L’infrastruttura per attuarlo è la relazione. Questa può generare infatti scelte complesse e difficili nel mondo del lavoro, nella società civile, nel governo del Paese.
Non riusciamo più a spiegare ciò che sta accadendo. Le categorie dell’epoca neoliberale sono insufficienti in un mondo di predoni ed autocrati. Dalla globalizzazione portatrice di benessere e diritti per tutti siamo piombati in una distopica guerra geopolitica. La californiana rivoluzione digitale ci preoccupa assai in mano a pochi oligarchi tecnocrati, sostenitori di Trump.
La crisi climatica e quella delle democrazie ci dicono che siamo nel mezzo di una policrisi di dimensione epocale. «Le società si frammentano, le disuguaglianze aumentano, la fiducia reciproca si indebolisce. Sono fenomeni diversi, ma non sono fenomeni separati: sono le facce di una stessa mutazione storica, ed è questa connessione, più che i singoli sintomi, ciò che dobbiamo imparare a vedere. Siamo entrati, per usare la celebre espressione di Antonio Gramsci, in un interregno: il vecchio muore e il nuovo non può nascere». Così Mauro Magatti in Mondoperaio, 7-8, 2026.
In questa fase di transizione si verificano i rischi maggiori. Prevalgono paura, risentimento, smarrimento. Possono apparire i ” mostri” di leader autoritari, guerre, paralisi istituzionale, senso di impotenza. L’ ” interregno” però è anche un tempo aperto verso un nuovo ordine attraverso scelte collettive. Siamo dentro una grande trasformazione storica. Servono idee, visione, la ricerca di un nuovo senso della vita, immaginazione collettiva.
Dobbiamo uscire dal mito dominante dell’epoca precedente: l’individualismo competitivo. Questo paradigma in evidente crisi, ha indebolito i beni comuni, le formazioni intermedie, ha accresciuto disuguaglianze e conflitti. Da qui nasce la necessità di un Piano B, di uno spartito capace di leggere il presente e di proiettarsi verso il futuro.
L’ Italia può diventare un laboratorio di questa trasformazione epocale. Paese marginale nella fase della globalizzazione per scarsa crescita, enorme debito pubblico, limitati investimenti e innovazioni, oggi si presenta con un patto generazionale da fare per invertire il forte declino demografico e per sfruttare bene la sua rilevante ricchezza privata. Famiglie ed imprese dispongono di ingenti risorse che hanno impedito l’implosione del Paese negli ultimi decenni.
La prossima legislatura deve saper invertire la rotta del declino con un impiego intelligente del grande patrimonio nazionale. Non possiamo più evitare riforme strutturali. Per questo nasce Piano B, per indicare la rotta, per cambiare paradigma. ll pensiero complesso ci consegna oggi attraverso la biologia, l’ecologia, la sociologia ed altre discipline, il paradigma della relazionalità. Tutto è connesso. La stessa libertà nasce dentro relazioni che la arricchiscono. È urgente allora abbandonare il paradigma dell’individualismo neoliberale. Su questa base si sono sviluppati infatti i populismi, espressioni di reale disagio.
Il voto di ceti popolari per l’estrema destra sovranista ci dice che questi cittadini chiedono di essere visti, considerati nelle politiche mentre si chiudono prospettive di progresso per loro e per i figli.
Magatti afferma che nuove obbligazioni sociali oggi rendono possibile la libertà: «La cura dei figli, la responsabilità verso gli anziani, la tutela dell’ambiente, la costruzione della fiducia, il pagamento delle imposte, la partecipazione civica, l’investimento nell’educazione: tutte queste dimensioni non riducono la libertà, ma la rendono possibile. La struttura relazionale del vivente ci invita così a ripensare radicalmente il significato della cittadinanza, dell’economia e della democrazia». (op. cit.p.3).
Piano B propone una prospettiva di relazioni generative di responsabilità sociali a livello comunitario. La scuola in particolare deve preparare persone capaci di abitare la complessità, di cooperare oltre che di competere. Il lavoro non deve solo produrre reddito ma anche partecipazione e fioritura umana.
Lo sviluppo industriale con l’innovazione deve essere compatibile con la coesione sociale e con la sostenibilità ambientale. Tutto dentro una nuova visione dell’uomo e della società nell’ unica comunità di destino planetaria. Serve pertanto, in conclusione, uno spartito, non un copione.
È necessaria una base comune ma l’esecuzione brillante richiede creatività, capacità di adattamento, responsabilità di diversi attori. Il Paese ha bisogno di una partitura comune per esaltare la voce delle diverse espressioni. Il conflitto, la cacofonia vanno ricondotti dentro una cornice condivisa. Per questo serve una discussione ampia e comune, favorita anche dal libro, all’altezza della fase storica che l’Italia attraversa.
I prossimi nove- dodici mesi elettorali devono diventare l’occasione per capire quale Paese vogliamo costruire nel 2027 – 2032 – 2050. Non certo per spararsi addosso slogan inutili. Si tratta di decidere non solo chi ci governerà ma anche quale Italia vogliamo introdurre nell’epoca nuova che sta arrivando.
Lo spartito comune impone alle persone responsabili di centrodestra e di centrosinistra di perdere le loro certezze, mettersi in discussione, suonare una musica nuova per i giovani ed i bambini del presente e del futuro. Altrimenti l’Italia in declino subirà l’epoca nuova in posizione del tutto marginale.
