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Persona e famiglia > Noi due

Il potere della vulnerabilità

di Lucia Coco

Maria e Michele vivono una crisi di coppia segnata dalla vergogna e dal timore del giudizio, che li porta a nascondere le difficoltà e a evitare il confronto. Attraverso l’autocompassione e l’accettazione della vulnerabilità, imparano a condividere la loro fragilità, riscoprendo autenticità, connessione e una nuova forza nella relazione

Silhouette di un uomo e una donna. Foto di Eric Ward da Unsplash.

In questi giorni prossimi alla Pasqua ho incontrato Maria e Michele. Maria mi ha detto accorata: «Nessuno sa che siamo in crisi e nessuno deve saperlo altrimenti perderemo tutti gli amici». E Michele di rimando: «Non possiamo dirlo nemmeno ai nostri familiari, li deluderemmo troppo!».

Alcune coppie come Maria e Michele arrivano con una grande vergogna rispetto al fallimento della loro relazione. Spesso sono coppie in vista nel loro contesto sociale, a volte addirittura designate come “coppie modello” e quindi fanno una grande fatica a poter dire, prima di tutto a loro stesse, che stanno attraversando una crisi. In alcuni ambienti, infatti, la parola crisi è ancora sinonimo di colpa, di incapacità, di inadeguatezza o almeno di debolezza e questo complica fortemente il percorso di autoconsapevolezza rispetto alle difficoltà che si stanno attraversando. Altre volte addirittura le coppie quasi si rassegnano all’infelicità pur di non rischiare di dichiararsi in difficoltà. In questo caso è necessario innanzitutto lavorare sull’emozione della vergogna.

La vergogna è secondo Tangney, 1991; Niedenthal et al., 1994, «un’emozione autoconsapevole a valenza negativa che si traduce in un’autocondanna globale». E così accade che, per alcune coppie, sapere che altre coppie o una comunità di appartenenza assiste alla violazione della norma sociale (in questo caso un matrimonio riuscito) genera una maggiore probabilità di provare vergogna.

Tale emozione infatti può svolgere un’importante funzione sociale come sistema di regolazione interna che scoraggia le violazioni di norme morali o sociali ma allo stesso tempo può bloccare un processo di autenticità rispetto alle proprie difficoltà di coppia, ai propri bisogni e desideri e diventare quindi “disadattiva” incoraggiando comportamenti disfunzionali, in particolare l’evitamento comportamentale. In questo caso le coppie in crisi che si vergognano potrebbero evitare di parlarne e di affrontare il problema per mantenere lo status quo.

È davvero importante quindi con le coppie che si vergognano rispetto al parlare delle loro difficoltà lavorare su alcuni aspetti. Innanzitutto cercare, come suggerisce la Compassion Focused Therapy, di aiutare a smorzare il “giudice interno” e a sviluppare una visione di sé più gentile e realistica. Come insegna la CFT, la self-compassion (autocompassione) è l’antidoto fondamentale in questi casi: consiste nel trattare sé stessi con la stessa gentilezza e comprensione che si riserverebbe a un caro amico, specialmente nei momenti di errore o fallimento.

Così ho provato a rilanciare con Maria e Michele: «Se nella vostra situazione ci fossero i vostri più cari amici, sareste così duri con loro come lo siete con voi stessi?». La loro risposta: «Certamente no!». Quindi, praticare la self-compassion rivolgendo a se stessi parole di supporto, accettando i difetti e i fallimenti come parte della natura umana, piuttosto che come prove di inadeguatezza, può essere il primo passo per affrontare l’emozione della vergogna.

Un altro aspetto che può aiutare è fare esperienza che essere manchevoli non è sinonimo di negatività ma che l’esperienza della vulnerabilità è costitutiva del nostro essere umani. Quindi esporsi emotivamente, ammettere le proprie paure e mostrarsi autentici può essere tutt’altro che segno di debolezza ma, anzi, la forma più alta di coraggio. Inoltre poter fare esperienza che ci si può liberare dalle proprie maschere significa abbandonare il voler essere perfetti a tutti i costi sperimentando che spesso il perfezionismo è uno “scudo” protettivo che in realtà impedisce la crescita e la connessione.

Facendo questa scelta, si possono aprire orizzonti inaspettati in una coppia. Accettando la propria vulnerabilità, ci si permette di creare legami più profondi e sinceri con il partner, si diventa anche meno giudicanti rispetto ai propri errori ma anche rispetto a quelli del partner riconoscendosi simili nella propria imperfezione e feribilità. In poche parole si scopre ciò che Brené Brown ha coniato con un termine molto efficace “Il potere della vulnerabilità” (2010).

Così è stato anche per Maria e Michele: quando hanno cominciato ad accedere alla loro vulnerabilità e se ne sono fatti reciprocamente dono, è nata fra loro una sintonizzazione più profonda. Ma l’esperienza più bella è stata quella di poter parlare della loro crisi con altri cari amici vincendo la vergogna e la paura del giudizio. Per loro è stato scoprire che mostrare il coraggio della vulnerabilità è contagioso: anche i loro amici si sono, a loro volta, sentiti autorizzati a parlare dei loro momenti di difficoltà che prima anche loro avevano accuratamente taciuto. Il rapporto tra loro è cresciuto moltissimo. Come scrive Massimo Recalcati: «Saper cogliere la propria incoerenza, la propria contraddizione, il proprio errore, il proprio fallimento, non impedisce l’amore ma al contrario lo fonda, lo rende possibile, lo istituisce come umano. L’amore ideale non esiste, l’amore senza mancanza e senza contraddizione non appartiene alla vita umana».

È quasi Pasqua: Maria e Michele in questi giorni sono passati dalla vergogna alla libertà, dall’evitamento delle loro difficoltà all’assunzione di responsabilità rispetto alla loro vita. Per loro una vera resurrezione della loro relazione ma anche della loro dignità di imperfetti esseri umani.

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