Il primo ministro francese, il giovane Sébastien Lecornu che, come si sa, è succeduto a due anziani tenori come Barnier e Bayrou, sta operando dalla sua nascita in un contesto di “minoranza relativa”, cercando di evitare il collasso istituzionale, dopo che l’accordo sulla finanziaria era saltato a fine 2025. L’esercizio provvisorio deve essere rapidamente superato; così, per superare l’impasse, il governo ha fatto massiccio ricorso all’articolo 49.3 della Costituzione, che permette di approvare testi legislativi senza il voto dell’Assemblea Nazionale, assumendosene la responsabilità politica. Questa mossa, definita dallo stesso premier come un «semi-fallimento necessario», ha scatenato aspre critiche sia dalla sinistra radicale di La France Insoumise di Mélenchon che dalla destra del Rassemblement National della Le Pen.
Nonostante l’isolamento, il governo è sopravvissuto a diverse mozioni di censura nel gennaio 2026. Questo è stato possibile grazie all’astensione tattica di alcuni membri del Partito Socialista – dall’estrema sinistra considerati traditori −, che ha ottenuto concessioni di un certo rilievo in cambio della “non-sfiducia”. In soldoni, i socialisti hanno così imposto che nella legge di bilancio fosse integrata una tassa una tantum sulle grandi imprese, il mantenimento di sussidi per le famiglie a basso reddito e pasti a un euro per gli studenti, oltre all’abbandono di alcuni tagli lineari previsti per pensioni e università.
L’obiettivo economico della manovra è in fondo abbastanza ambizioso: riportare il deficit pubblico al 5% del Pil, dal 5,4 dello scorso anno, in un Paese con un debito che sfiora ormai il 118%, cifra inimmaginabile anche solo fino a pochi mesi fa. Tuttavia, la stabilità di Lecornu resta assai precaria, perché ogni passaggio parlamentare si trasforma in una drammatica prova di sopravvivenza, rendendo la navigazione politica del governo estremamente fragile e dipendente da compromessi continui con le opposizioni moderate. Una politica giorno per giorno, senza strategie a medio e lungo termine.
Per finanziare le concessioni fatte alla sinistra moderata e contenere il deficit, la legge di bilancio 2026 ha così introdotto misure drastiche che hanno fatto dire ai leader della destra che si tratta di misure di «stregoneria fiscale». C’è dunque la tassa una tantum sui profitti delle società con fatturato superiore a un miliardo di euro che, introdotta inizialmente come temporanea nel 2025, è stata ora estesa a tutto il 2026. Questa misura dovrebbe generare circa 8 miliardi di euro. È stata poi introdotta una nuova imposta del 2% sugli asset non professionali detenuti dalle società holding, per colpire i grandi patrimoni. Infine, sebbene sia prevista una graduale soppressione del valore aggiunto delle imprese entro il 2028, i ritmi di riduzione sono stati rallentati per non lasciare un grosso buco da un giorno all’altro nelle casse dello Stato.
Appare evidente come il presidente Macron abbia costretto i partiti al muro, conferendo al suo delfino Lecornu una via d’uscita per non soccombere immediatamente alla sfiducia parlamentare. Stupisce che la Francia non abbia un governo esplicitamente approvato dal parlamento da più di tre anni e mezzo – cioè un governo non sostenuto da una maggioranza assoluta −, ma questo è il risultato di una frammentazione del panorama politico francese, abituato alle certezze assicurate dal sistema elettorale a doppio turno in collegi uninominali. Anche Oltralpe, ormai, bisogna fare i conti con uno smarrimento di significato politico dell’elettorato, come da noi, in Germania e in Gran Bretagna ormai è di vecchia data, pur avendo questi tre Paesi delle leggi elettorali assai diverse. Ed è qui che si situa la grande sfida della Francia: ridare un senso alla convivenza civile, la cui coesione è stata sconquassata dalle divisioni sociali e partitiche.