«Quando non ci si comunicano le cose, succedono cose dolorose che si sarebbero potute evitare». È il commento a caldo di una spettatrice, giovane, dopo aver visto il film di Muccino. Un thriller melodrammatico doloroso, forse pessimista, forse speranzoso. «Alla fine siamo sempre più soli e non conosciamo veramente nessuno, pur vivendo insieme» è la conclusione di uno dei protagonisti: né genitori né mogli o mariti, o amanti o figli. Ognuno tace quel che cova dentro e poi fatalmente esplode, e la convivenza si rompe.
È l’amara constatazione nella storia di due coppie romane: Carlo, professore di filosofia (Stefano Accorsi) sposato con Elisa (Miriam Leone), che non riescono ad avere figli, e Paolo (Claudio Santamaria) sposato con Anna (Carolina Crescentini) genitori della tredicenne Vittoria, in pieno fervore adolescenziale. Tutti sono amici da sempre e quindi vanno in vacanza a Tangeri, in Marocco. Una scelta, sempre presente nel cinema “famigliare”, per risolvere crisi latenti, specie quella di Carlo che ha una storia segreta con una studentessa, Blu (Beatrice Savignani), la quale inaspettatamente compare per spingere Carlo a parlare con la moglie. La ragazza, appassionata e decisa, si inserisce nel gruppo e fa esplodere la verità, “le cose non dette”, con una drammaticità che sconvolge le vite di tutti. Nulla sarà come prima. Carlo a lezione dirà agli studenti che un conto è la filosofia di un Kant e un altro conto è la vita reale.

Stefano Accorsi, Miriam Leone, Gabriele Muccino, Carolina Crescentini e Claudio Santamaria al photocall del film “Le cose non dette” di Gabriele Muccino Roma, 23 gennaio 2026. Credit: ANSA/ FABIO CIMAGLIA.
Accompagnato dalle musiche classicheggianti di Paolo Buonvino (con tanto di inserti di arie, da Una furtiva lacrima a Ebben ne andrò lontana intrise di pathos), con una fotografia che esalta lo splendore della luce marocchina in contrasto con la nebbia dei protagonisti, tra vicoli misteriosi dove le vite dei personaggi si incontrano e si scontrano, questa storia di ”silenzi” e di “tradimenti” non solo sessuali, ma di realtà condivise (la madre possessiva che non comprende la tredicenne…), è destinata ad evidenziare l’infelicità che cova ovunque, tra i giovani che amano la sincerità e le coppie adulte che non la vogliono usare, finendo nella propria solitudine, causata dal “non dire”. Con la morte dei rapporti ed una larga tristezza. Muccino però alleggerisce il racconto con tracce leggere e umoristiche, lascia gli attori, bravissimi, liberi e convinti così che il messaggio sulla crisi esistenziale ci attraversa e ci fa anche riflettere, come diceva la ragazza di cui sopra. Non è male, per il ritorno di Muccino dopo alcuni anni.
È su un livello decisamente più alto e profondo Sentimental Value del regista norvegese Joachim Trier, Premio Speciale della Giuria a Cannes e in corsa per gli Oscar. Una tragedia personale e famigliare fra le nuvole umide e le pareti di una casa pulita, lucente, colma di fiori: perfetta. Eppure, luogo di infelicità mai rimosse, di scontri verbali tra il padre, Gustav Borg, regista sensibile ma assente in famiglia (il grande attore Stellan Skarsgard, 74 anni) e le figlie, specie la più giovane, attrice di teatro che il padre, che non ama il genere recitato, si rifiuta di andare a vedere. Le due sorelle sono molto unite, specialmente la maggiore che protegge l’attrice che ha tentato il suicidio, da donna fragile e insicura. L’anziano regista vorrebbe girare ancora un film e desidera come interprete proprio la figlia attrice che si rifiuta ostinatamente, così egli convoca per il lavoro prodotto da Netflix una star americana. Ma alla fine lei rifiuterà una storia così personale e familiare del regista.
Il film che Borg vorrebbe girare è infatti una rivisitazione del proprio vissuto familiare: il racconto si carica allora di tensioni, di dolori tremendi, di scontri, di solitudini anche terribili. Fra citazioni ben chiare e opportune di Bergman e di Fellini, il regista Trier compone un lavoro a dir poco meraviglioso di cesello sui caratteri nella loro disarmata e disarmante psicologia, lo carica di colori simbolici − il bianco, il rosso −, di parole finalmente “dette”. Taglienti, sconfortanti, ma vere. Ed è in questo “parlarsi” che il film trova il suo snodo per non farsi tragedia assoluta ed inevitabile verso un pessimismo totale. Così, pur tra brividi e pensieri di morte, la narrazione molto ben impaginata e svolta da un cast all’altezza, trova uno sbocco imprevedibile per questi cuori che si sono rotti. Forse non per sempre? Da non perdere.