Raffaele Nogaro: Il Padre che mi ha insegnato il coraggio dell’accoglienza
Alla notizia della scomparsa di monsignor Raffaele Nogaro, la prima domanda che mi sono posto è stata cosa significasse per me la sua assenza fisica su questa terra. Erano anni che non ci vedevamo, a causa del mio trasferimento da Pomigliano a Faibano e, soprattutto, della mia salute malferma. Eppure, sapere che lui “c’era” era per me una certezza fondamentale.
La bussola nelle pieghe delle contraddizioni
La sua presenza è stata la conferma della mia linea di condotta, sia nella Chiesa che nella società civile. Grazie al suo aiuto, ho imparato a entrare nelle pieghe delle contraddizioni umane, laddove il contrasto tra gli ideali e la vita reale è più stridente: il mondo del disagio, della povertà e dell’esclusione.
In questo scenario, il suo insegnamento sull’immigrazione è stato per me una luce. Monsignor Nogaro è stato un maestro e una guida eccezionale, capace di guardare alla Chiesa con una visione puramente evangelica, fatta di accoglienza, inclusione e fraternità universale. Mi ha insegnato a non temere di non essere capito o accettato da una certa Chiesa formale, legata alle tradizioni e ai rigori del diritto canonico. Mi ha mostrato come essere un vero seguace di Gesù: credendo in una Chiesa che non vive di forme o istituzioni, ma di spirito e verità.
Il miracolo di “Irene 95”
C’è un capitolo specifico della mia storia in cui la sua autorevolezza e il suo coraggio sono stati determinanti: la nascita della Cooperativa Irene 95.
Nacque in un momento di profonda crisi, quando non avevo più la forza né la voglia di lottare contro le difficoltà costanti. Lui, invece, ci credette. Fu proprio monsignor Nogaro a suggerirmi di cambiare il nome originario, Xenox (straniero), in quello attuale. Scelse Irene, nel segno della pace, ma anche in memoria della sua cara mamma che portava quel nome. Grazie al suo sostegno, la cooperativa è cresciuta fino a raggiungere traguardi altissimi, portando sempre con sé quel seme di pace e quel legame profondo con le sue radici.
Un’eredità per il futuro
Oggi, in un momento storico delicato per la Chiesa — che affronta il rischio di rallentare quel cammino “in uscita” tracciato negli ultimi anni — la sua mancanza si sente con forza. Avremmo avuto bisogno della sua spinta per continuare a essere una Chiesa aperta all’umanità.
Tuttavia, mi conforta un pensiero: non è più qui accanto a me, ma è “in alto”. Dal Paradiso, sono certo che continuerà a seguire i nostri passi.
Addio, caro Padre. Addio, caro amico e fratello. Ti dico ancora una volta: ti voglio bene.
Don Peppino Gambardella