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In profondità > Testimoni

Raffaele Nogaro, la profezia che che si realizza 

di Virgilio Marone

Il ricordo del paladino dei poveri e degli scartati del Casertano. La sua parola, talvolta scomoda e incompresa, nasceva dalla sua passione per una Chiesa che non teme di perdere potere pur di restare fedele al Vangelo

Il feretro di monsignor Raffaele Nogaro, il vescovo emerito di Caserta, all’uscita dal Duomo della città portata a spalla dai migranti ai quali lui era stato molto vicino, 09 gennaio 2026 . ANSA (NPK)

Lo scorso 6 gennaio è deceduto mons. Raffaele Nogaro, vescovo emerito di Caserta. Stimato e amato per essere stato “pastore di frontiera”, profeta di pace e di fraternità, fedele interprete del Concilio Vaticano II, ha lasciato alla Chiesa e al territorio casertano un segno indelebile dell’amore del Padre e un grande insegnamento per come rendere abitabile il mondo.

Credo che il suo funerale, celebrato lo scorso 9 Gennaio, lo stesso giorno in cui fu ordinato vescovo nel 1983, sia stato il momento più alto, la narrazione più eloquente per incontrarsi con la bellezza e la profondità della sua anima di uomo e di pastore.

Il vescovo mons. Raffaele Nogaro in un’ immagine di repertorio. CESARE ABBATE / ANSA / PAL

L’immagine più suggestiva, quella che racchiude sinteticamente la sua personalità e soprattutto il suo amore di pastore per la sua gente, è quella che alla fine della Messa hanno offerto i ragazzi del Movimento Migranti e Rifugiati. Hanno posato sulla bara dei fogli con delle scritte. Il più significativo: è caduto il nostro baobab. «Il baobab è un albero grandissimo che dura tantissimi anni – ha spiegato Mamadou Kouassi Pli Adama con gli occhi lucidi –. Quando muore è una tragedia per tutti. È l’albero più forte. Questo era lui per noi».

Il cardinale di Napoli, don Mimmo Battaglia, ha aperto la sua omelia così: «Oggi la Chiesa affida al Padre un uomo che il Vangelo non lo ha spiegato soltanto, lo ha abitato. Fino in fondo. Senza ridurlo, senza proteggerlo, senza addomesticarlo». E proprio in forza di questa sua dimora, è diventato il paladino dei poveri e degli scartati del Casertano, scegliendo come priorità del ministero l’incontro con i volti feriti, le storie spezzate, le esistenze frantumate dalla violenza e dall’oblio. Se nel suo cuore abitavano dei privilegiati, questi erano le vittime della camorra, le donne schiavizzate e ridotte a oggetto di mercato, i giovani privati dei loro sogni».

In questo contesto, e in continuità con la celebrazione eucaristica, si può cogliere il senso del canto partigiano Bella Ciao, intonato dai ragazzi del Centro sociale ex Canapificio appena il feretro è uscito dalla Cattedrale, portato a spalla dai sacerdoti. È stata una sua esplicita richiesta, credo per ricordare a tutti che vale la pena spendere la vita per resistere a ogni forma di potere omicida, che non distrugge solo il territorio ma corrode soprattutto le coscienze.

Però non si è cantato solo Bella Ciao, ma anche il Magnificat perché, proprio come Maria di Nazareth, anche Nogaro ha letto la storia con gli occhi del profeta. La sua vita, segnata da scelte radicali a favore degli ultimi, che gli hanno procurato non poche incomprensioni, è stata un inno di lode a un Dio che «ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore, ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote».

Un ricordo personale. In uno degli ultimi incontri di diversi anni fa con alcuni amici, rimasi profondamente colpito dal suo amore per la Chiesa e dal lavorio costante con il presbiterio e la comunità affinché le sue scelte pastorali fossero frutto di una storia plurale e non manifestazione di gesta e parole di un superuomo.

È quanto ha messo in evidenza anche il card. Battaglia, in un passaggio della sua omelia: «Non ha mai parlato contro la Chiesa, ma sempre per la Chiesa, soprattutto quando rischiava di smarrire la radicalità evangelica. La sua parola, talvolta scomoda e incompresa, nasceva dalla passione per una Chiesa più povera, più libera, più credibile, non clericale, non maschilista, più fedele al sogno del Maestro di Nazareth. Una Chiesa che non benedice la guerra, ma piange le vittime. Una Chiesa che non teme di perdere potere pur di restare fedele al Vangelo. Una Chiesa capace di abbandonare i segni del potere per assumere il potere dei segni, come ripeteva il suo grande amico don Tonino Bello».

A Lui il nostro grazie di cuore!

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