Dalle prime civiltà della Mesopotamia in poi, passando per l’antica Roma, ogni impero basa la sua forza sulla debolezza dei singoli popoli sottomessi, che, incapaci di coalizzarsi, nel confronto uno ad uno con i dominatori sono costretti a soccombere. Questo schema si applica, con qualche adattamento, anche al commercio internazionale. L’attuale amministrazione degli Stati Uniti, gettando all’aria le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio faticosamente concordate negli ultimi decenni, ha deciso di usare tutto il potere contrattuale derivante dall’essere un enorme importatore per estrarre vantaggi “imperiali” dai rapporti economici con le controparti.
Questi ultimi, esposti uno ad uno alla minaccia di forti aumenti di dazi applicati alle loro esportazioni a discrezione del presidente USA, faticano ad opporsi alle condizioni che vengono loro imposte, per il timore di perdere preziosi ricavi e posti di lavoro. Così abbiamo visto capitolare perfino l’Unione europea, colosso economico ma nano politico, azzoppato dalle sue stesse classi dirigenti che continuano a voler mantenere la regola dell’unanimità. Lo scorso luglio l’Unione ha accettato un accordo capestro, umiliante sia per il fatto di essere asimmetrico (gli USA tassano le nostre esportazioni ma l’Unione non deve tassare quelle americane), sia per il contesto in cui è stato firmato (il nuovo complesso golfistico scozzese della famiglia Trump). Come se non bastasse, l’amministrazione Trump pretende anche che l’Unione europea allenti la regolamentazione dei servizi offerti dalle piattaforme internet e rinunci a sottoporle ad una tassazione ad hoc (cosa che in Europa si è iniziato a fare per riequilibrare il vantaggio indebito di cui godevano rispetto alle altre organizzazioni di vendita).
È evidente che quanto più il commercio internazionale mantiene una configurazione “a stella”, che vede alla periferia una cerchia di Paesi impegnati a vendere soprattutto ad un grande importatore collocato al centro del sistema, tanto più forte sarà il potere di condizionamento che quest’ultimo potrà esercitare sul resto del mondo. Al contrario, più la configurazione è a rete, con vivaci rapporti economici di tutti con tutti, tanto più si riduce il potere di condizionamento del Paese leader. È in questa prospettiva che il Canada del presidente Carney, sorprendentemente deciso, ha recentemente rafforzato la collaborazione economica con la Cina; che la premier Meloni si è recata pochi giorni fa in Giappone per rilanciare la cooperazione economica italo-nipponica; che il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa e la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen sono in queste ore in India per fare un ulteriore passo verso un accordo commerciale con il gigante asiatico.
E infine, venendo al tema principale di questo articolo, è proprio in questa prospettiva che il 17 gennaio è stato siglato, dopo una lunghissima gestazione, l’accordo commerciale tra l’Unione europea e il Mercosur (il mercato comune del Sud America che riunisce Argentina, Bolivia, Brasile, Paraguay e Uruguay). Ma – colpo di scena! – subito arriva una battuta di arresto. Non dal Sudamerica, che appare convinto di passare presto all’applicazione, ma dal Parlamento europeo, che a pochi giorni di distanza decide con una maggioranza di pochi voti di rinviare l’accordo alla Corte europea per verificarne la conformità giuridica.
Cosa c’è in ballo? Oggi i due blocchi regionali hanno un interscambio attorno ai 60 miliardi di dollari per parte, quasi perfettamente bilanciato, ma gli europei esportano soprattutto prodotti industriali, mentre i sudamericani soprattutto, nell’ordine, greggio, soia, caffè, pasta di legno e metalli. Dal punto di vista europeo, riducendo gran parte delle tariffe doganali, l’accordo promette nuovi sbocchi di mercato soprattutto all’industria tedesca, già oggi la maggiore esportatrice, ma anche a quelle italiana e francese, rispettivamente seconda e terza nella lista, e ad altre via via. Passando alle importazioni, al beneficio di un migliore accesso a materie prime critiche, terre rare incluse, si contrappongono le preoccupazioni per l’invasione di prodotti a basso costo e, inoltre, privi delle tutele ambientali e sanitarie vigenti in Europa – e anche per questo più competitivi dei nostri (da qui la posizione contraria di Francia e Polonia). Un tema molto caldo è quello della carne.
Nel 2024 essa rappresentava in termini di valore solo il 2% delle importazioni europee dal Mercosur, ma le potenzialità di aumento sono alte. Per questo, sotto la forte spinta delle organizzazioni degli agricoltori, sono stati imposti dei limiti alle importazioni che godono di dazi agevolati: 99 mila, 25 mila e 180 mila tonnellate rispettivamente per le carni bovine, suine e i pollame (pari, nell’ordine, al 1,5%, allo 0,1% e all’1,3% della produzione dell’Unione europea). L’effetto sui prezzi potrebbe essere un ribasso dell’ordine del 3%, ovviamente gradito ai consumatori, ma capace di mettere in crisi molti allevatori. Ad allarmare sia produttori che consumatori è poi il timore dell’inefficacia dei controlli in materia di pesticidi e ormoni, vietati in Europa, ma di fatto o di diritto largamente utilizzati in Sud America.
Una più forte collaborazione economica tra Europa e America Latina è di vitale importanza per allentare il potere di ricatto dell’America trumpiana, a beneficio delle due parti interessate e anche per preparare la strada ad un ritorno ad una logica multilaterale, anziché imperiale, nel commercio internazionale. È necessario, a mio avviso, che i vari attori in gioco sul versante europeo si rendano pienamente consapevoli di quanto importante sia il risvolto strategico dell’accordo; e poi che, in questa prospettiva, si torni con buona volontà a lavorare sulla sua formulazione, in modo da evitare penalizzazioni indebite del mondo agricolo e da non disperdere quanto il nostro continente ha fin qui ottenuto in fatto di tutela della salute e dell’ambiente.