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Interviste > Intervista

Il tradimento del fondatore

di Giulio Meazzini

Giulio Meazzini, autore di Città Nuova

Intervista con Jaime Rodriguez sulla storia dei Legionari di Cristo. Da Città Nuova n. 1/2026

Spagnolo di Madrid, dal 2008 Jaime Rodríguez è sacerdote nei Legionari di Cristo, istituto religioso maschile di diritto pontificio. È stato segretario generale dal 2011 al 2018, nominato dal Delegato Pontificio Cardinale Velasio De Paolis. Attualmente dirige un master in Teologia del corpo a Madrid. Segue ragazzi, fidanzati e coppie. Ha due sorelle, Marta e Gloria, entrambe consacrate nel Regnum Christi, il movimento di apostolato dei Legionari, che include laici, laici consacrati e sacerdoti diocesani.

Come avete scoperto gli abusi del fondatore della vostra congregazione?
La notizia è scoppiata nel 2009, ma i superiori lo sapevano già dal 2006. Quando c’è stato il primo comunicato della Santa Sede nel quale si riconosceva che padre Maciel Degollado, il nostro fondatore, era stato trovato colpevole di abusi, non ci abbiamo creduto. Siccome all’epoca lui era anziano, hanno rinunciato a fare un processo e l’hanno invitato ad una vita di preghiera e penitenza. I nostri superiori hanno detto che per lui questa era una prova, una croce che offriva perché si riteneva innocente. Si pensava che Maciel fosse un giusto non capito, come padre Pio e tanti altri.

Maciel muore a gennaio 2008. A quel punto, i superiori cominciano a spiegare che c’era una figlia di Maciel, ma solo in modo orale e graduale. Finché il 3 febbraio 2009 sul New York Times in copertina appare la notizia della figlia. È una bomba, perché molti non avevano ancora ascoltato queste notizie dai propri superiori e quindi si sentirono traditi. Inizia un clima di sfiducia, e molti abbandonano. Ogni giorno veniva fuori sui giornali un nuovo scandalo, una notizia dopo l’altra. Tutto contribuiva a creare sfiducia. L’accusa era che i superiori, pur sapendo, avevano taciuto. Infine la Santa Sede è intervenuta, dopo aver ricevuto centinaia di lettere di dispensa.

Perché non te ne sei andato?
All’epoca aiutavo padre Alvaro, il nostro direttore generale, e vedevo che in lui non c’era cattiveria, né desiderio di manipolare. C’era una incapacità. Personalmente all’inizio sminuivo la gravità dei fatti, pensavo che anche se il fondatore aveva avuto tante storie, in realtà la Comunità fosse sana, con solo alcune cose da sistemare. Mi sono accorto che non era così solo quando è arrivato Velasio De Paolis, inviato dalla Chiesa nel 2010 per accompagnarci come delegato pontificio nei 4 anni della riforma. Con lui ho aperto gli occhi per capire la gravità dei fatti e il bisogno di rinnovamento. All’epoca c’era l’ipotesi che saremmo stati soppressi, ma si parlava anche del grano e della zizzania. Mi sono sentito chiamato a contribuire al rinnovamento: se veramente pensiamo che Dio fa nuove tutte le cose, perché non potrebbe fare qualcosa di nuovo con questa struttura?

Avete pensato che “carisma” non coincideva con “fondatore”?
All’epoca ci furono delle conferenze fatte da Velasio de Paolis e Gianfranco Ghirlanda, ai quali siamo molto grati, per spiegare la differenza fra carisma del fondatore e carisma della fondazione, per chiarire che i carismi non appartengono ai fondatori, ma alla Chiesa. Padre Maciel aveva ispirato tante cose buone, anche se non le viveva, ma non erano sua proprietà. Dovevamo vedere il carisma vivo nel gruppo, nella Fondazione e soprattutto in ciò che la Chiesa aveva accolto. La stessa Chiesa che, all’oscuro di tante cose, all’epoca aveva approvato certe parti delle Costituzioni, ora chiedeva di cambiarle.
Quindi il carisma non è una realtà monolitica, isolata, ispirata da Dio, che non si può toccare. È un dono dello Spirito per la Chiesa, tramite una comunità, ma è proprietà della Chiesa. All’epoca ci aveva colpito molto l’esempio dei Francescani. Da quanto ci è stato detto, san Francesco non voleva una regola scritta: diceva che la sua regola era semplicemente il Vangelo. Poi, la Chiesa gli chiese di metterne una per iscritto, per dare stabilità all’Ordine anche dopo la sua morte. La prima che scrisse era molto esigente, piena di citazioni evangeliche, e non venne approvata ufficialmente. Negli anni seguenti, furono i frati stessi, insieme al cardinale Ugolino – che poi diventerà papa Gregorio IX –, a preparare una nuova versione, più equilibrata e adatta alla vita concreta dell’Ordine. Francesco la accolse con semplicità, riconoscendo che anche questo faceva parte dell’obbedienza alla Chiesa. Quindi, tra le tante cose che i fondatori dicono, non tutto è carismatico e nel nostro caso, non essendo santo il fondatore, siamo dovuti andare a vedere nel gruppo cosa c’era di carismatico, di evangelico, lasciando fuori le espressioni, le sfumature, i riferimenti al fondatore. Ma quando si dice che il padre fondatore non è più il padre spirituale, vuol dire che i suoi scritti non sono fonte di preghiera né di spiritualità. Potevamo staccarci dal fondatore rimanendo con le cose buone che tramite lui Dio aveva ispirato al gruppo.

La Chiesa vi ha aiutato in questo percorso…
Sì, da soli non eravamo capaci, c’era molta resistenza all’inizio. Molti trovavano un vuoto di spiritualità, perché se non si faceva più riferimento a ciò che Maciel aveva detto o scritto, c’era un vuoto. Abbiamo capito che la spiritualità non sono gli scritti del fondatore. Questi normalmente fanno parte della spiritualità quando il fondatore ha vissuto ciò che insegna, ma la spiritualità è anche sviluppata nella vita delle persone che hanno vissuto il carisma. Quindi dovevamo aspettare una generazione, affinché altri membri del Regnum Christi e Legionari, nella loro vita e anche nei loro scritti, potessero sviluppare la spiritualità. Siamo tuttora in questa tappa. Se questo carisma porta le persone alla santità, allora ci saranno persone sante che scriveranno cose che ispirano altri. Abbiamo dovuto redigere da capo le costituzioni, i documenti per la formazione, i manuali di preghiere… ma sono pochi libretti, e non fanno più riferimento alle lettere del fondatore. Prima avevamo 12 tomi di lettere, tante cose che il fondatore aveva detto e pensavamo che questo fosse la spiritualità. Poi c’è stato il vuoto, che abbiamo riempito con alcuni documenti. Sarà la vita a dirci se questo è un carisma che porta alla santità, se ci saranno persone sante che vivranno e scriveranno delle cose che ispirano altri. La spiritualità non la puoi programmare a tavolino, viene dalla vita.

Cosa pensi del tuo fondatore adesso?
Lo penso con compassione. C’era molto risentimento in me all’inizio, soprattutto pensando alle vittime e a come sono andate le cose, perché fino alla fine non sembra che si sia pentito. Non ha scritto una lettera di richiesta di perdono alle vittime. Quindi all’inizio c’erano soprattutto amarezza e rabbia. Adesso lo guardo con compassione, come un uomo che non è riuscito a vivere il carisma che ha cercato di trasmettere. Anche perché è vissuto in un’altra epoca, è stato lasciato solo, ha avuto tanti problemi. Anch’io non sempre vivo il carisma che credo, ma ho persone che mi aiutano, ho una comunità che mi sostiene. Il fondatore era solo. Ha fatto tanto danno, tanto male alle vittime, a noi, ma anche a se stesso. Fra qualche decennio sarà forse possibile prendere certe sue affermazioni, lettere e interventi per leggerli in modo storico, non spirituale, per capire meglio questa storia.

Avete ancora molte vocazioni. Come valuti questo?
Nel Noviziato dove abito, in Spagna, abbiamo ragazzi tedeschi, italiani, spagnoli, colombiani all’inizio del cammino vocazionale. Mi colpisce che per loro il dramma che abbiamo vissuto appartiene al passato. È come quando mi parlano dei papi, dei Borgia. Sono figure storiche del passato che hanno combinato tanti guai, ma sono lontane da me. Questi novizi dicono che vogliono farsi legionari perché durante le missioni e gli esercizi spirituali hanno trovato Gesù e vogliono seguirlo in questo carisma insieme ai laici del Regnum Christi. Prima avevamo più vocazioni, ma spesso trascinate da motivazioni esterne e da un sistema di regole che lasciava poco spazio alla libertà e alla convinzione personale. Oggi ne abbiamo meno, ma accompagnate da lunghi percorsi di discernimento, in un clima di libertà interiore e con un cammino formativo più maturo e ben articolato. Sembra che ci sia un risveglio spirituale nonostante la secolarizzazione in atto in Europa. Molti giovani oggi sono feriti specialmente nei vincoli affettivi. Noi possiamo in qualche modo diventare segni di speranza, che Dio, nonostante tutto, può guarire, può far nuove tutte le cose. Penso che questo sguardo di misericordia attiri le persone.
Comunque il percorso di rinnovamento non è finito, perché c’è sempre il rischio di andare indietro, ora che non siamo più accompagnati dalla Chiesa, perché alcuni hanno nostalgia del passato. Quindi i passi indietro non sono da escludere. Ma papa Francesco ci diceva che il rinnovamento può andare solo avanti, altrimenti la congregazione si sclerotizza e non ha futuro. Mi colpisce vedere lo spirito dei giovani, liberi dal dramma degli abusi e attirati da questa storia di redenzione.

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