Com’era prevedibile, dopo la “riabilitazione” conferita da Donald Trump all’ex “terrorista” al Jolani, divenuto presidente della nuova Siria come Ahmed al Sharaa, la ricomposizione della Siria sembra fare un ulteriore passo avanti, segnando però la fine del Rojava curdo. Perchè senza l’appoggio (e le armi) degli Usa, le Sdf (Forze democratiche siriane a guida curda) non sarebbero mai riuscite a sconfiggere il Califfato. Questo i curdi l’hanno sempre saputo, ma la consapevolezza non sminuisce affatto il coraggio, la determinazione e l’intelligenza che ci hanno messo e che ha consentito in 4 anni, dal 2015 al 2019, di stringere in spazi molto angusti e controllati lo spaventoso e apparentemente inarrestabile espansionismo jihadista dell’Isis.
Il “presidente” al Sharaa si starebbe però rivelando non solo un abile aggregatore di milizie siriane molto diverse e un vincitore sul campo, ma anche un politico non privo di risorse e determinato a ricomporre la Siria: dopo aver eliminato il regime degli Assad, ha trattato diplomaticamente alleanze internazionali con il mondo arabo, la Turchia e gli Usa, ridimensionato le mire della Russia senza rompere i rapporti, tenuto a bada le ossessioni ideologiche di jihadisti, mullah iraniani e ultrasionisti israeliani, e ridotto brutalmente le pretese autonomistiche di alawiti filo-Assad e drusi filo-israeliani.
Dopo mesi di pressioni militari siriane e diplomatiche statunitensi, domenica 18 gennaio il comandante delle Sdf, Mazloum Abdi, è stato in certo modo costretto a firmare un accordo molto svantaggioso per i curdi siriani. L’accordo, fatto e disfatto e poi rifatto, dopo i violenti scontri di Aleppo, porta allo scioglimento delle Sdf e all’integrazione dei miliziani curdo-siriani nell’esercito regolare, senza mantenere l’identità delle formazioni originarie Sdf da cui provengono.
La maggior parte del “Rojava” curdo, cioè circa il 30% della Siria di prima della guerra civile, è già presidiato dai governativi, in particolare le provincie arabe di Raqqa e Deir-ez-Zor, e le cospicue risorse petrolifere ritornano allo Stato, senza riconoscere ai curdi alcuna compartecipazione.
Un altro aspetto preoccupante – e non poco – di questi giorni, che sembra essere sfuggito di mano a tutti è la gestione delle carceri in cui sono rinchiusi miliziani dell’Isis e foreign fighters catturati durante l’offensiva del 2014-19, e dei campi dei loro familiari che per 10 anni sono stati sotto l’attento controllo delle Sdf. Si tratta di una trentina di siti, tutti localizzati nella provincia di Hasakeh, con oltre 45 mila persone fra ex combattenti detenuti, familiari, donne e bambini. Nel caos di questi giorni ci sarebbero già state numerose evasioni. Un problema enorme e molto pericoloso di cui, secondo gli accordi, le forze di polizia della nuova Siria dovrebbero farsi carico.
La Siria riconosce però ai curdi (circa il 10% della popolazione siriana), anche se in modo ancora poco chiaro, il diritto ad un percorso di integrazione nelle strutture statali, civili e militari, con promesse di riconoscere il curdo come lingua ammessa nelle scuole delle regioni a maggioranza curda. Altra promessa è il riconoscimento ai curdi della piena nazionalità siriana, con diritto ad ottenere un passaporto, cosa che il regime degli Assad aveva negato per decenni.
Quello che viene meno, però, non è poco. Ed è un’esperienza unica: nel vuoto di potere degli anni della rivolta civile e della guerra all’Isis, nell’est siriano i curdi avevano organizzato un’amministrazione autonoma sconosciuta in altre parti della Siria. Erano sorti consigli civili, forze di sicurezza locali, scuole in lingua curda, tribunali e gestione diretta delle risorse. Insomma, si era andato formando, pur con limiti ed errori, qualcosa di finora quasi sconosciuto nel mondo arabo: un modello di democrazia dal basso, multietnico, femminista ed ecologista. Che ne sarà di questa incredibile e ricca esperienza?