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Italia > Adolescenza

La Spezia e Frosinone, violenze tra studenti che parlano a tutti

di Gaia Bonafiglia

- Fonte: Città Nuova

L’omicidio avvenuto in un istituto di La Spezia e l’aggressione a uno studente a Frosinone riportano al centro del dibattito il disagio emotivo degli adolescenti. Tra carenze educative, mancanza di spazi di ascolto e una scuola ancora legata a modelli superati, emerge l’urgenza di un cambiamento concreto e duraturo

Lo zio e Safwat, padre del ragazzo ucciso, con la foto del figlio tra le braccia, durante un presidio spontaneo alla Prefettura di La Spezia, a margine dell’incontro con il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara. La Spezia, 18 gennaio 2026. Credit: ANSA/Luca Zennaro.

Il 16 gennaio scorso, un dramma ha scosso profondamente la città di La Spezia e l’intera comunità italiana: uno studente di 19 anni è stato accoltellato in aula da un coetaneo. Trasportato d’urgenza in ospedale, è deceduto in serata. L’aggressore, anch’egli diciannovenne, è stato arrestato. Secondo le indagini, il movente principale è stato la gelosia per una ragazza, da qui il conflitto personale è degenerato. Poche ore dopo, a Sora (Frosinone), un ragazzo di 17 anni è stato ferito al collo durante una lite davanti al liceo: le sue condizioni fortunatamente non sono gravi. Gli inquirenti confermano che si trattava anche in quel caso di un conflitto tra adolescenti degenerato in violenza.

Secondo gli esperti, questi episodi evidenziano un profondo disagio emotivo tra i giovani. Come sottolinea Paolo Crepet, psichiatra, sociologo e autore di numerosi saggi sull’adolescenza, in un’intervista a Orizzonte Scuola: «C’è un fascino nei confronti della violenza, è evidentissimo. È molto cool [di moda] la violenza…si regolano i conflitti d’amore in quel modo lì». La psichiatra Laura Dalla Ragione, intervistata dall’ANSA, osserva come «tra gli adolescenti c’è un disagio sotterraneo sempre più forte» e che  molti ragazzi comunicano con la violenza ciò che non riescono a esprimere a parole, mentre Marcello Pacifico, presidente dell’ANIEF (Associazione Nazionale Insegnanti e Formatori), ricorda tramite una dichiarazione a Orizzonte Scuola che insegnanti e dirigenti operano quotidianamente sotto pressione, con risorse limitate e personale insufficiente. I pedagogisti aggiungono che i conflitti tra adolescenti richiedono spazi di ascolto, dialogo e momenti di riflessione guidati, per affrontare tensioni emotive che altrimenti rischiano di esplodere.

Da insegnante, percepisco in maniera diretta le fragilità che attraversano molti giovani, in un momento storico dove tanti si sentono invisibili o privi di punti di riferimento. La scuola italiana resta legata a modelli d’insegnamento di un secolo fa, quando le esigenze degli studenti erano completamente diverse. Singoli docenti e consigli di classe cercano di fare il possibile, ma con strumenti insufficienti e stanchezza crescente. Fuori dalla scuola di La Spezia alcuni cartelloni accusavano i docenti con frasi come “i prof. sono complici”, mostrando quanto vengano giudicatati ingiustamente, senza considerare l’enorme impegno quotidiano e l’obbligo di sottostare a direttive ministeriali. Non è più sostenibile far studiare pagine e pagine di letteratura quando emergono episodi di violenza: serve un tempo dedicato a sofferenza, abbandono, affettività, gestione delle emozioni e ricerca di sé.

In alcune delle mie classi abbiamo aperto un dibattito sugli eventi di La Spezia e Frosinone: un alunno ha confessato di conoscere un compagno di scuola che portava sempre un coltello e lo mostrava con orgoglio; una ragazza ha osservato come la rigidità dei ruoli genitoriali in alcune culture impedisca un dialogo autentico tra genitori e figli. Alcune ragazze musulmane, ferite dal fatto che molti giornalisti sentissero l’esigenza di sottolineare la provenienza dell’assassino (musulmano di origine marocchina), hanno espresso disgusto e condanna morale. «Uccidere una vita è come uccidere tutta l’umanità», dice il Corano.

Cartoncino creato da un gruppo di ragazzi di terza media. Fonte: Gaia Bonafiglia.

In un mondo dove “i potenti” sono i primi a voler dimostrare che “il più forte è chi ha la voce più grossa”, è normale che molti giovani non trovino modelli positivi e si sentano giustificati. Molti genitori non hanno strumenti per affrontare i conflitti emotivi dei figli, e la scuola, pur facendo il possibile, lotta con regole obsolete e risorse limitate. La violenza e l’aggressività diventano così mezzi di comunicazione, mentre i ragazzi imparano a farsi valere nel mondo con la forza o con il silenzio imposto agli altri.

A livello internazionale, molti Paesi hanno introdotto percorsi strutturati di educazione all’affettività e alla sessualità. In Svezia, Germania, Danimarca, Finlandia, Austria, Francia, Irlanda e Paesi Bassi questi programmi sono parte dei curricula obbligatori e comprendono relazioni, emozioni, rispetto, consenso e prevenzione della violenza. In Paesi come i Paesi Bassi, l’educazione parte addirittura dalla scuola primaria e si adatta all’età dei bambini.

In Italia, invece, non esiste un percorso obbligatorio di questo tipo. Gli studenti italiani dedicano la maggior parte del tempo a letteratura, storia, matematica e lingue, mentre temi come affettività, relazioni sane, gestione delle emozioni e consenso dipendono dai progetti facoltativi delle singole scuole. Solo il 47% degli adolescenti italiani ha ricevuto qualche forma di educazione all’affettività a scuola, spesso sporadica e non strutturata, e nel Sud questa percentuale scende al 37%. Secondo Save the Children, il 70% degli italiani vorrebbe che l’educazione all’affettività diventasse materia obbligatoria, per aiutare a prevenire violenza e discriminazioni.

Questi episodi non dovrebbero limitarsi a scuotere le coscienze o a provocare indignazione per il tempo di una notizia in prima pagina. Invece è proprio da eventi così che dovrebbe nascere la volontà di investire in modo strutturale in una scuola capace di riconoscere e accogliere il disagio prima che si trasformi in violenza. Senza interventi concreti e duraturi, questa tragedia rischia di diventare solo un’altra notizia destinata a scomparire, lasciando intatte le stesse fragilità che l’hanno resa possibile.

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