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Perché fare un giornale, oggi come nel 1956

di Carlo Cefaloni

- Fonte: Città Nuova

Carlo Cefaloni

Alle radici delle ragioni di un’impresa editoriale che compie 70 anni di vita. Dalla rete costruita per comunicare la novità di un’esperienza di cambiamento personale e sociale, alla partecipazione attiva nel dibattito pubblico tra le luci e le contraddizioni della storia. Un contributo di lettura. In allegato il Focus su “La prima Città Nuova”, da sfogliare o scaricare

La rivista Città Nuova è nata da un fatto essenziale che andava narrato: la scelta radicale del Vangelo vissuto integralmente come capacità di incidere intimamente sulla vita profonda delle persone e della società.

«Qui speziali e deputati sono parificati» era il verso di un canto composto negli anni 50 da Igino Giordani, deputato alla Costituente e cofondatore del Movimento dei Focolari, per descrivere ciò che aveva incontrato in quella convivenza estiva (chiamata Mariapoli) promossa dalla prima comunità di Trento dei Focolari cresciuta nel solco dell’associazionismo tradizionale durante la travagliata fase finale del secondo conflitto mondiale.

L’occhio attento di Giordani aveva colto i tratti di una realtà che rimandava alle prime comunità cristiane che egli conosceva da studioso e da cui traeva ispirazione nel suo impegno culturale, sociale e politico attraversando gli anni delle rivoluzioni e delle dittature, delle due guerre mondiali fino alla bomba atomica che apre l’era ultima dell’umanità sospesa tra autodistruzione e nuova creazione.

Uno scenario instabile che imponeva di andare alla radice ultima dell’esistenza, ad un fondamento così solido, mentre “tutto crollava”, da non confondersi con alcuna forma di potere e quindi aperto all’incontro con i percorsi di ricerca di senso delle più diverse culture.   Nella sua fragilità e ingenuità quella riscoperta evangelica si esprimeva con un linguaggio universale ed essenziale così come lo ha narrato Chiara Lubich, fondatrice dei Movimento dei Focolari, che nel corso della sua vita è entrata in rapporto profondo con realtà di ogni confessione e religione e cultura: «In mezzo alle stragi della guerra, frutto dell’odio, siamo state abbagliate, come fosse la prima volta, dalla verità su Dio: ‘Dio è Amore’».

L’esperimento di questa regola antica e sempre nuova dentro il contesto concreto di una città esprime la dimensione generativa della realtà evangelica: «Noi  avevamo la mira di attuare la comunione dei beni nel massimo raggio possibile per risolvere il problema sociale di Trento».

Come le stesse prime comunità cristiane e i movimenti del vangelo sine glossa (si pensi ai francescani) il cammino avviato a Trento, e poi esteso naturalmente in una dimensione planetaria, non è contenibile dentro un racconto agiografico perché l’esistenza stessa di contraddizioni e conflitti è la prova dell’autenticità di un cammino umano che non pretende di realizzare l’esperimento profano di una società perfetta.

La “Città Nuova” non è quindi qualcosa che attende di essere realizzata utopisticamente o che rimanda ad un’età mitica, idealizzata nel tempo, ma esprime una realtà in costruzione attenta ai segni di novità dentro le contraddizioni della storia secondo la consapevolezza del “già e non ancora”.  Una ricerca attenta alle correnti profonde che muovono l’umanità verso quell’unità che non annulla le differenze ma le compone in un disegno armonioso di fraternità sperimentabile già dentro le fratture del nostro tempo.

Le “storie buone” da raccontare non sono, perciò, un lenitivo temporaneo e consolatorio di “un mondo senza cuore”, ma il segno tangibile di una novità in atto. Il mondo nuovo si costruisce a partire dalle scelte personali maturate prendendo sul serio la saggezza e il realismo del Vangelo, sperimentabile da chiunque, superando schemi e strutture consolidate.

Se, quindi, il foglio originario, in ciclostile, si presentava come uno strumento di condivisione e aggiornamento per una “rete” di persone che avvertivano di aver fatto un’esperienza non relegata ai ricordi di un momento straordinario, la scelta di produrre una vera e propria rivista è nata dalla necessità di offrire una lettura degli eventi della società italiana e internazionale.

Una rivista di “opinione” non è uno strumento di propaganda, ma una voce laica che si propone al dialogo aperto con tutti. La finalità di una presenza sensibile nel mondo dei media si poteva anche esplicitare legittimamente nella collocazione di alcuni elementi all’interno di alcune testate influenti o tramite efficienti uffici stampa in grado di dare spazio al Movimento.

L’impossibilità economica e strutturale di accedere ad una distribuzione di massa ha permesso, inoltre, di rivolgersi ad una comunità di lettori come parte viva del giornale che si traduce in prima battuta con l’abbonamento e poi con la diffusione personale. Una formula che ne ha permesso finora l’esistenza in vita nonostante il tracollo generale della tiratura della carta stampata che arriva fino all’attuale scomparsa dele edicole.

La iniziale periodicità quindicinale della rivista, e ora quella mensile, ha permesso di esercitare quel metodo espresso oggi con la formula dello slow journalismCioè, con l’esigenza di non essere condizionati dall’immediatezza pur necessaria della cronaca e soprattutto da una lettura dettata dall’applicazione di categorie predefinite davanti ai fatti che necessitano di una conoscenza approfondita della realtà osservata sempre con compartecipazione. Una prospettiva che si è rafforzata con la diffusione progressiva di una rete di corrispondenti presenti in maniera stabile in diversi Paesi dei cinque continenti, con una modalità segnata dal dialogo come forma di conoscenza approfondita dei più diversi contesti.

L’attenzione e la tensione alla realizzazione dell’unità comporta la necessità di stare dentro  le contraddizioni della storia, vincendo la tentazione di chiudersi in un preteso mondo perfetto, separato dalla realtà.

La sfida costante in questi 70 anni è stata quella di non stancarsi mai di cercare tracce e segnali di speranza in un cammino  comune con tutta l’umanità e quindi prendendo posizione su questioni nodali, avendo cura di mantenere sempre uno sguardo attento alla dignità delle persone,

Tale linea editoriale ha segnato Città Nuova, con i limiti inevitabili di ogni impresa umana, fino all’attuale era del web in un mondo che cambia sempre più velocemente, senza perdere le domande di senso che accompagnano la vita di ogni persona. Non si può smettere, per qualche effimero click in più nel mare di informazioni dell’era digitale, la ricerca di ciò che appare “non notiziabile” perché scomodo e fuori dall’agenda dettata dagli algoritmi imposti sui social. C’è un mondo nuovo in costruzione. Occorre avere occhi, cuore e orecchie per intendere. A questo serve Città Nuova.

Per sfogliare il Focus La prima Città Nuova

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