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Oceano, nove anni di record di calore

di Edison Barbieri, Luca Fiorani

- Fonte: Città Nuova

L’oceano batte record di calore per il nono anno consecutivo e lancia l’allarme sull’intensificazione della crisi climatica

Riscaldamento Oceano Foto di Roxanne Desgagnés su Unsplash

Uno studio pubblicato di recente sulla rivista internazionale Advances in Atmospheric Sciences, nel gennaio 2026, indica che il 2025 ha registrato il più alto indice di calore oceanico mai osservato, una soglia simbolica che parla chiaro, intensificando il verificarsi di eventi climatici estremi in diverse regioni del pianeta.

Una diagnosi incisiva sullo stato di salute del pianeta è appena stata resa pubblica: nel 2025 l’oceano globale ha raggiunto il livello di calore più elevato mai registrato nella storia, segnando il nono anno consecutivo di record. Un primato che non si celebra, perché questo riscaldamento persistente e accelerato è un motore cruciale alla base di tempeste devastanti, ondate di calore mortali e del rapido innalzamento del livello del mare, fenomeni che hanno tragicamente caratterizzato l’anno scorso. Il sistema climatico continua ad accumulare energia a un ritmo crescente, e il mare, silenziosamente, ne assorbe il peso, con oltre il 90% di questo eccesso intrappolato nelle acque oceaniche.

Un consorzio internazionale composto da oltre 70 scienziati ha pubblicato su Advances in Atmospheric Sciences l’analisi più aggiornata sullo stato termico degli oceani. Lo studio, guidato dal dott. Lijing Cheng, dell’Istituto di Fisica Atmosferica dell’Accademia delle Scienze cinese, sintetizza dati provenienti da numerose agenzie spaziali e centri di osservazione oceanica di tutto il mondo, in una fotografia globale che lascia poco spazio ai dubbi.

Secondo l’analisi, i 2.000 metri superiori dell’oceano hanno immagazzinato nel 2025 circa 23 ZettaJoule (ZJ) di calore in più rispetto all’anno precedente. Per avere un’idea dell’ordine di grandezza, uno ZettaJoule equivale all’energia sufficiente a far bollire quasi 30 miliardi di piscine olimpioniche, un paragone utile a dare corpo a numeri altrimenti astratti. Altri set di dati indipendenti, come CIGAR-RT (Italia) e Copernicus Marine (Unione Europea), confermano la tendenza a un forte aumento.

Lo studio va oltre il semplice record annuale e indica una chiara accelerazione del riscaldamento oceanico. Il tasso di assorbimento di calore da parte degli oceani è aumentato drasticamente: mentre tra il 1958 e il 1985 la tendenza era di circa 2,9 ZJ all’anno, nel periodo più recente (2007–2025) questo valore è salito a circa 11–13 ZJ all’anno. In altre parole, il mare oggi si scalda molto più in fretta del passato, a una velocità oltre tre volte superiore rispetto a poche decadi fa.

«Il contenuto di calore oceanico è uno degli indicatori più robusti e inequivocabili del cambiamento climatico a lungo termine», spiega il dott. Cheng. «Nove anni consecutivi di record non rappresentano una fluttuazione casuale; sono la firma inequivocabile di un persistente squilibrio energetico del pianeta».

Questo squilibrio, misurato dai satelliti, mostra che una quantità crescente di energia solare rimane intrappolata sulla Terra a causa dei gas serra, anziché essere irradiata nello spazio. L’oceano agisce come un enorme serbatoio, una sorta di memoria termica del clima, catturando oltre il 90% di questo eccesso energetico.

Il calore in eccesso negli oceani non rimane semplicemente immagazzinato, ma si traduce in impatti diretti e devastanti, che si propagano dal mare all’atmosfera e poi alla terraferma:

  1. Eventi climatici estremi: il calore oceanico alimenta l’evaporazione, caricando l’atmosfera di umidità. Ciò intensifica il ciclo idrologico, favorendo piogge estreme e inondazioni catastrofiche, come quelle che hanno colpito il Sud-est asiatico e la Cina nel 2025, oltre a siccità più prolungate. Fornisce inoltre il “carburante” per tempeste tropicali più intense e per ondate di calore marine distruttive per gli ecosistemi.

  2. Innalzamento del livello del mare: l’acqua più calda si dilata. Questa espansione termica rappresenta uno dei principali contributi all’aumento globale del livello del mare, un fenomeno lento ma inesorabile, che minaccia comunità costiere in tutto il mondo.

  3. Alterazioni degli ecosistemi: lo studio identifica alcuni punti critici di riscaldamento, come l’Atlantico settentrionale e il Mar Mediterraneo. In queste regioni, l’aumento della temperatura è accompagnato da maggiore salinità, perdita di ossigeno e acidificazione delle acque, una tripla pressione che mette gli ecosistemi marini con le spalle al muro.

Mentre l’oceano profondo registrava record di calore, la temperatura media globale della superficie del mare nel 2025 è risultata circa 0,12 °C più bassa rispetto al 2024. Questo raffreddamento superficiale è attribuito allo sviluppo del fenomeno de La Niña, che favorisce la risalita di acque più fredde nel Pacifico tropicale.

Tuttavia, questo “sollievo” è superficiale e temporaneo. Nonostante il calo, il 2025 è stato comunque il terzo anno più caldo mai registrato per la temperatura superficiale del mare, rimanendo ben al di sopra della media storica. «La Niña può mascherare temporaneamente il riscaldamento in superficie, ma non interrompe l’accumulo di calore nel sistema. È come coprire una pentola a pressione: la pressione interna continua ad aumentare», osserva uno dei coautori, con un’immagine tanto semplice quanto efficace.

I ricercatori sono categorici: il riscaldamento oceanico e i record di calore continueranno finché le emissioni nette di gas serra non saranno azzerate. Lo studio si conclude con un avvertimento sulla necessità urgente di rafforzare i sistemi di osservazione degli oceani e del bilancio energetico terrestre, strumenti indispensabili per non navigare a vista, fondamentali per prevedere gli impatti e guidare le politiche di adattamento.

«La continuità delle osservazioni satellitari è fragile», avverte l’articolo. «Perdere questa capacità significherebbe diventare ciechi rispetto ai flussi energetici del pianeta proprio nel momento in cui abbiamo più bisogno di comprenderli». Il lavoro rappresenta un potente promemoria del fatto che la vera misura della crisi climatica non si trova soltanto nell’aria che respiriamo, ma anche, e soprattutto, nel calore che il mare trattiene e ci restituisce sotto forma di tragiche conseguenze.

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