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Mondo > Malesia

92 anni e non li dimostra

di George Ritinsky

- Fonte: Città Nuova

Finite le elezioni, Mahathir Mohamed, un uomo d’eccezione, è ritornato la potere, con una venerando età ma un vigore da far invidia a chiunque. Un’elezione che getta una luce sul futuro di una delle tigri del Sud-Est asiatico

AP Photo/Andy Wong

In giro per il mondo, i malesi, la notte tra il 9 ed il 10 maggio, non hanno dormito, attendendo il risultato di uno dei momenti più importanti per la nazione: le quattordicesime elezioni generali. Il partito dell’opposizione, la Coalizione della speranza, che riuniva 5 partiti differenti, è riuscita a strappare una vittoria schiacciante sul partito della destra, il Fronte nazionale.

Con 115 seggi nel parlamento (ne bastavano solo 112) la coalizione, guidata dal Mahatir, si è aggiudicata la possibilità di guidare il Paese e riprendere nello spirito di unità nazionale e di sviluppo, già tipici del precedente governo Mahathir e cioè dal 1981 al 2003. L’avversario, Najib Razak, è stato sì rieletto al parlamento, ma il suo partito non ha la maggioranza: la svolta politica è avvenuta ed è inconfutabile.

Si tratta di una vittoria storica, dato che il Fronte nazionale governava il paese da 61 anni, da quando cioè la Malesia aveva ottenuto l’indipendenza dal Regno Unito nel 1957. La Coalizione della speranza raccoglie quattro partiti ed è nata nel 2015, dopo la fuoriuscita del partito Islamico nel 2015. In quello stesso anno il suo leader Anwar Ibrahim fu imprigionato con l’accusa di sodomia, che lui denunciò come un tentativo politico di eliminarlo. Il suo posto fu allora preso da Mahathir Mohamad, apprezzato per aver modernizzato l’economia del Paese, ma che fu criticato per averlo fatto in modo duro e autoritario.

Tra tanti malesi, c’è soddisfazione: «Finalmente non ci diciamo più malesi, cinese o indiani: siamo solo malesi, tutti malesi». L’identità razziale, durante il governo di destra, era stata sostenuta con forza, a chiaro vantaggio delle forze islamiche tendenzialmente fondamentaliste del Paese, che non vedono di buon occhio le minoranze religiose.

Di due anni fa è la famosa discussione a livello nazionale che proibiva ai cristiani di usare la parola comune nella lingua araba e di quella malese, “Allah”, per rivolgersi a Dio.

Mahathir è un uomo indubbiamente di unità nazionale, con grande esperienza in questioni nazionali ed anche internazionali. Un uomo di grandi vedute, che riprenderà il cammino intrapreso nel 1981 ed interrotto nel 2003 del Wawasan 2010, conosciuto, in pratica, da ogni malese: che significa la “visione del 2020”. Era questo lo slogan di Mahathir, il suo obiettivo per portare la Malesia ad uno stato di sviluppo che la potesse lanciare anche a livello internazionale. Come primo punto la visione Wawasan mirava a «un’unità nazionale con un senso comune di appartenenza ed un destino comune da condividere, al di là delle differenze etniche, razziali e di religione».

E per questo la Malesia doveva «raggiungere una pace interna eticamente integrata vivendo in armonia ed in collaborazione tra tutte le razze che compongono la Malesia: un sentirsi parte di una sola razza, quella malese, con una lealtà politica e con dedizione verso la nazione intera».

Nella visione di Mahathir c’è anche un programma di sviluppo economico basato su una industrializzazione interna accentuata, con una crescita del 7% annuo: ma il punto di partenza resta l’unità e la pace nazionale tra le diverse razze. A detta di molti analisti della regione, l’ardito programma che Mahathir riprenderà è il solo che può salvare la Malesia (ed anche le nazioni musulmane limitrofe) dal fondamentalismo jihadista, il vero nemico del Sud-Est asiatico.

 

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