Sandro Veronesi e l’importanza della lettura per gli scrittori

Ogni scrittore trae ispirazione dagli altri, sia contemporanei che del passato. L'esperienza di Veronesi.
Lo scirttore Sandro Veronesi, foto Ansa.

Jorge Luis Borges diceva che ogni grande scrittore è stato, prima di tutto, un grande lettore. Quel che non diceva, però, è se esiste un modo di approcciarsi alla lettura per chi di libri vuole farne un mestiere; o, detto più semplicemente, non ci ha rivelato “come leggono gli scrittori”. All’ultimo Salone del Libro di Torino ha provato a spiegarlo Alessandro Piperno con Romanzo: la rubrica dedicata al lettore che alberga nell’animo di ogni scrittore; anzi, di due scrittori e di una scrittrice: Sandro Veronesi, Domenico Starnone e Claudia Durastanti. Ed è stato proprio Veronesi a inaugurare “l’interrogazione” di Piperno, ma solo dopo che un altro primo della classe lo ha anticipato durante il quarto d’ora di ritardo accademico.

Sto parlando di Francesco Piccolo, il quale, da autore navigato, ammette che il fuoco della scrittura si nutre sempre del lettore che è in noi; quello per il quale un libro è, innanzitutto, un piacere fine a sé stesso. Certo, quando si inizia a scrivere si sviluppa una sensibilità artigianale, quella che Piperno paragona all’occhio di un “sarto che scruta l’ordito”; eppure Piccolo difende una lettura vorace in compensazione di una scrittura altrettanto fervida – come una dieta, direbbe Vanni Santoni: più si brucia, più tocca mangiare.

Ma ci sono delle eccezioni. Nell’esperienza di Francesco Piccolo, quando entra nella fase calda della stesura di un romanzo, si sente l’esigenza di attenuare il rumore bianco della contemporaneità: autori troppo vicini pongono il rischio dell’imitazione, come se la loro onda creativa interferisse con la propria. Al contrario, certi scrittori di altre epoche trasmettono un senso di affinità che spinge a giocare con la scrittura, a lanciarsi; per Piccolo succede con Fitzgerald, Parise, Ginzburg: con loro non c’è il “pericolo mimetico”, ma solo tanta voglia di scrivere. Sarà il ritmo della prosa, il mondo che evocano, l’andamento stilistico e narrativo: tutto ciò che “è vicino ma non mi tocca”.

E Sandro Veronesi? Al “come leggono gli scrittori” ecco una prima risposta: “Mi sono accorto che scrivere e leggere sono la stessa cosa”. Un rompicapo per impressionare il lettore? Forse no, se l’idea è che ogni esperienza (l’attualità, il cinema, la vita stessa) nasconde in sé un nucleo creativo; ciò fa anche dei libri altrui un’importante fonte d’ispirazione – senza, di cosa si nutrirebbe la fantasia? Certo, come Piccolo, Veronesi trova alcuni autori più motivanti di altri; ma entra nel merito della questione, andando al cuore della vicinanza di cui parlava il collega: è un fatto emotivo.

La verità è che noi scriviamo quando siamo felici”. Parole che cozzano con lo stereotipo dello scrittore tormentato e ne presentano invece il lato giocoso: è l’amore per la scoperta ciò che spinge a mettersi all’opera: “Tutte le volte che apro un libro ho sempre la speranza che sia un capolavoro, che cambi la mia mente”. Una speranza, questa, che ha il suo specifico nume tutelare nel “dio del battito di ciglia”. Veronesi racconta di essere stato contagiato dall’amico Edoardo Albinati e, come lui, di andare alla ricerca della divinità negli attimi rivelatori. In tal senso, leggere e scrivere diventano i poli del medesimo dialogo con l’opera; dialogo che si fa attesa che il dio nascosto venga allo scoperto “con una parola, un aggettivo a cui non avremmo mai pensato” – qualcosa che ci riveli a noi stessi.

Forse questo dio dell’istante non è affatto uno: ce ne sono tanti quanti sono i momenti in cui sentiamo che il libro ci parla; ma non a un “tu” generico, proprio a noi. E se il dialogo dura abbastanza a lungo, credo abbia ragione Veronesi quando afferma che leggere e scrivere sono la stessa cosa: partecipare all’opera (non importa se con gli occhi o con le dita), farne esperienza, significa esserci. È l’illuminazione, il risveglio, un momento di verità, un’epifania: comunque la si chiami, è qualcosa che ci porta al di là di noi stessi. Per dirla con Veronesi è il tocco di questo dio che ti fa tremare la mano mentre scrive e ti fa fare molto di più di quello che volevi fare all’inizio: è la ricerca in ogni attimo di quel momento.

L’ode al genio che abita il libro si traduce in un elogio della sua forma più comune, eppure irrinunciabile: il romanzo. Perché secondo Veronesi, nel suo essere un sistema chiuso e insieme così ampio, il romanzo apre a infinite strade: “Basta solo governarlo e può mangiarsi tutto e diventare tradizione”. E non è per confermare un trend risaputo – ormai sono anni che il romanzo, così come il fumetto, è fra i prodotti editoriali più riusciti – quanto per riconoscerne la ricchezza evocativa, al di là di ogni canonizzazione e genere. Infatti, anche un’apparente svirgolata come una ripetizione, l’abuso degli avverbi, una cosa qualunque che all’occhio dell’intelligenza artificiale (o di modelli troppo rigidi) possa considerarsi un errore; ebbene, il romanzo può fare di quell’errore una nuova narrazione: “I riccioli che GPT ti direbbe di rifuggire sono i fiori che colgo”.

In questo regno incantato, davvero tutto è possibile. “Fine” non è la fine: la parola è viva, può cambiare ogni cosa, perché è cangiante come la vita; e questa stessa parola può trasformare anche noi ogni volta che interroghiamo la carta. Così, anche un Dostoevskij imposto in età liceale dal prof. severo ma giusto può diventare, se non il demone della vocazione (è stato così per Veronesi), un seme in grado di germogliare; quel fagiolo magico la cui pianta è dimora di giganti che solcano le nuvole…

Siamo partiti da “come leggono gli scrittori” e sono finito a scrivere di giganti. Sono andato fuori tema copiando dallo studente Veronesi? Oppure andare in cerca dello spiritello, quel dio delle piccole cose, per quanto stravagante, è il solo modo di vivere un libro? L’unico che da un mondo di pura finzione possa condurre a una qualche forma di verità – magari nascosta proprio dietro quella frase banale, ordinaria? Forse è semplicemente bello immaginare che sia così; che oltre quel guscio di cellulosa si celi un intero universo. Entrarvi è facile: basta una parola, la parola. Ora ci sei anche tu.

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