La passione di fare squadra: intervista a Diego Andreatta

Diego Andreatta, direttore del settimanale diocesano Vita Trentina, si racconta.

Diego, so che hai fatto studi di sociologia. Racconta come sei approdato al giornalismo. 
Dopo il liceo classico, ho scelto la Facoltà di Sociologia a Trento sia per rimanere in città, sia per la possibilità di avviare un tirocinio per valutare le mie attitudini in ambito giornalistico. In parallelo agli studi universitari, ho frequentato un corso biennale in opinione pubblica, all’Istituto Rezzara di Vicenza, che mi è servito ad arricchire di teoria la pratica.  

Ogni vocazione passa attraverso delle persone. Come è stato per te?
Nel mio caso, queste persone sono state don Agostino Valentini, allora responsabile diocesano delle Comunicazioni sociali, e la dottoressa Zita Lorenzi, studiosa “pasionaria” dei mass media, alla quale il Comune di Trento ha ora intitolato anche una via. È stata lei a favorire il mio percorso formativo, fin dai tempi del “Circolo Erre” all’oratorio del Duomo. Avviato il praticantato a Vita Trentina a 23 anni, ho rallentato gli studi sociologici e mi sono laureato fuori corso. Però consiglierei anche ad altri giornalisti una formazione così, fondata anche scientificamente: stimola l’attitudine all’approfondimento. 

Avrai avuto dei modelli in cui riconoscerti…
Tra gli opinionisti stimavo molto Angelo Bertani, fra gli inviati Giorgio Torelli, fra i televisivi Piero Badaloni. Un maestro di professionista cristiano è per me il decano dei vaticanisti Luigi Accattoli, di cui sono diventato amico. Fra i tanti da cui ho ricevuto stimoli, citerei Sergio Zavoli, Alessandro Zaccuri e Michele Zanzucchi con l’esperienza, poi interrottasi qui in Trentino, di NetOne, l’associazione internazionale di giornalisti e operatori dei media dei Focolari
Ci sono stati, a dire il vero, anche colleghi che ritenevo modelli, forse per averli anche un po’ idealizzati, nei quali invece ho trovato dei punti di debolezza: carrierismo, arroganza, individualismo… Però è possibile imparare anche dai limiti degli altri. 

Parlami della tua “gavetta” presso il settimanale diocesano Vita Trentina.
Dal 1985 ho iniziato la mia collaborazione nella “cucina redazionale” delle corrispondenze dalle valli. Quando uno dei redattori ha lasciato, mi ha assunto come praticante l’allora direttore don Vittorio Cristelli, che ricordo con riconoscenza: ci ha lasciato il 24 aprile di quest’anno a 93 anni. La gavetta è decisiva per capire che per fare giornalismo non bastano saper scrivere e l’esperienza diretta, è importante anche avere conoscenze teoriche. Tra le idee chiave assimilate, quelle sui “temi valori” (i propri riferimenti religiosi o civili) e i “temi motori” (i fatti, i fenomeni). Il nostro lavoro dovrebbe far risaltare i fatti collegati alle motivazioni ideali. 

Da nove anni sei direttore di Vita Trentina. Cosa puoi dirmi riguardo a questo periodico?
Tra le prime testate diocesane a iscrivere i propri redattori all’Albo dei giornalisti, VT ha una lunga tradizione di riconosciuta professionalità. Occorrono infatti esperti negli strumenti del mestiere per fare un lavoro non di serie B, riconosciuto anche dai colleghi della stampa laica. A me sta a cuore che il nostro sia un giornale di tutto rispetto nella scelta dei titoli, nelle fotografie, nella scrittura dei pezzi. In redazione con me ci sono oggi altri due professionisti, più due pubblicisti collaboratori: ci confrontiamo continuamente e partecipiamo ai rispettivi compiti, perché concepisco il giornalismo come un lavoro di squadra. Sono infatti convinto che anche un direttore carismatico non potrebbe far nulla senza la collaborazione di tutti. Penso, ad esempio, al ruolo decisivo che hanno a VT il fotografo, il grafico, il responsabile degli abbonamenti… Mi piacerebbe che questo lavoro di squadra non venisse mai meno.   

E quali le sfide?
Il giornale è anche un’azienda, per reggersi deve essere produttiva. Purtroppo, in questo ambito, spesso la tendenza è quella di risparmiare per una sostenibilità economica, a scapito della qualità. Una sfida riguarda la tenuta degli abbonamenti, la necessità di valorizzare meglio l’online; nello stesso tempo ritengo prematuro “buttarsi” completamente sull’online, specialmente se si considera che nella provincia di Trento sono molti i lettori di età avanzata. E la carta, comunque, terrà ancora per qualche anno come dimostrano alcune testate specializzate di successo come Internazionale, che conserva un’edizione cartacea. La mia scelta di campo è curare ambedue le direzioni, carta e online, portare avanti insieme il settimanale e le news quotidiane.  

Nei tuoi articoli quali argomenti ti attirano in modo particolare?
Mi gratifica tanto far uscire dall’ombra il vissuto di persone comuni. Mi viene in mente papa Francesco quando invita i comunicatori a raccontare di storie positive, come ha scritto nei messaggi per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali. E questo perché le storie ci cambiano, ci fanno crescere, ci obbligano a metterci allo specchio (come avrei fatto nei panni di quella data persona?). Tengo molto a questo aspetto, anche se non esente da rischi come suscitare una commozione fine a sé stessa o far diventare “personaggio” delle persone semplici, alterando così la loro autenticità. L’altro argomento che mi appassiona è raccontare chi riesce a fare politica con competenza e nello stesso tempo con uno stile onesto, riconosciuto anche dagli avversari di partito.  

Nel tuo bagaglio di interviste ci sono anche esperienze negative?
Non dimenticherò mai l’intervista con il leader storico della Südtiroler Volkspartei Silvius Magnago, allora presidente anche in Regione. Dopo pochi minuti del colloquio nel suo studio a Bolzano egli si stizzì perché s’accorse – e me lo disse – che ignoravo alcuni passaggi cruciali della complicata politica altoatesina. Aveva ragione! Io avevo appena 25 anni e al liceo non avevo studiato nel dettaglio la storia autonomistica: quell’esperienza mi fece capire l’importanza di preparare a fondo un’intervista.  

Dai tuoi familiari ricevi qualche input utile per il lavoro che fai?
Nessuno dei miei cinque figli ha scelto la mia strada, tutti però seguono con interesse il mio lavoro, confrontandosi su svariati temi. In quanto giovani, frequentano l’online più della carta e portano il loro mondo, la sensibilità delle loro giovani famiglie. Per me sono un pungolo per non essere clericale, non clericalizzare il giornale. Liberi di dire che non si ritrovano in una rappresentazione ecclesiale di 20 anni fa, dove facevano più notizia i preti o l’attività dei vescovi, mi aiutano a capire che la Chiesa del futuro è quella delle piccole comunità, nelle quali si vive il Vangelo.  

Con che animo ti poni di fronte alla situazione globale dell’umanità in questo momento storico?
Di fronte all’aggravarsi dei conflitti e dell’emergenza ambientale, avverto il dovere di potere ancora, attraverso il giornale, seminare speranza. Reduce dall’Arena di pace a Verona, dove ho respirato speranza, sono convinto che la pace sia possibile e vada continuamente annunciata e coltivata, tanto più – come ha ribadito Andrea Riccardi– che oggi siamo una minoranza a credere che bisogna gridare pure dai tetti la necessità dei negoziati per la riconciliazione invece che il triste “negozio” delle armi.   

 

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