Nigeria: attivisti chiedono che la Shell bonifichi i siti che ha inquinato

Attivisti nigeriani e gruppi ambientalisti internazionali chiedono al governo nigeriano di ritardare la vendita delle attività onshore della Shell, affermando che la compagnia petrolifera anglo-olandese sta cercando di sottrarsi alle proprie responsabilità ambientali e sociali nell'inquinato delta del fiume Niger.  
Il capo nigeriano Eric Barizah della comunità Goi nello stato di Rivers mostra l'inquinamento petrolifero dovuto a perdite nel delta del Niger, Nigeria, nel 2013 (pubblicato il 29 gennaio 2021), foto Ansa, EPA/STR.

Lunedì 15 aprile in Nigeria è stata pubblicata una lettera aperta che chiede alle autorità di fermare la vendita delle attività onshore della Shell. Questa, infatti, si legge nel tsesto, “dovrebbe essere autorizzata solo quando le comunità saranno state pienamente consultate, l’inquinamento ambientale (…) completamente valutato e [saranno stanziati, ndr] fondi sufficienti per garantire i costi di bonifica dell’inquinamento lasciato dalla Shell”.

Una quarantina di organizzazioni della società civile, tra cui Amnesty International, si oppongono alla vendita delle attività terrestri della Shell finché la multinazionale non avrà ripulito l’inquinamento rimasto. A gennaio, la major anglo-olandese ha annunciato di aver raggiunto un accordo per la vendita delle sue attività nel delta del Niger per una somma di 2,4 miliardi di dollari.

Il consorzio acquirente è Renaissance Africa Energy, che riunisce quattro aziende nigeriane (ND Western, Aradel Energy, First E&P, Waltersmithet) e la società internazionale Pétrolin. Dopo un acconto iniziale di 1,3 miliardi di dollari, il gigante energetico londinese ha dichiarato che riceverà altri 1,1 miliardi di dollari. L’accordo con Renaissance è l’ultima mossa di Shell per limitare le sue operazioni onshore in Nigeria e concentrarsi sulle operazioni in acque profonde.

Gli asset che la Shell sta vendendo sono in gran parte di proprietà della compagnia petrolifera nazionale del governo nigeriano, Nnpc, che detiene una quota del 55%. Per finalizzare l’accordo, il governo dovrà pertanto dare il suo consenso. Shell gestisce gli asset e detiene una quota del 30%, mentre il resto è detenuto dalla società francese TotalEnergies (10%) e dalla società italiana Eni (5%).

Le attività comprendono 15 concessioni minerarie sulla terraferma e tre operazioni in acque poco profonde, ha affermato la società.

Gli attivisti sostengono che la Shell non ha mai effettuato disinvestimenti significativi nella regione. È ancora molto vivo il ricordo dell’esplosione di una testa di pozzo (parte esterna dell’impianto estrattivo) nel fiume Santa Barbara, che attraversa il delta del Niger, nel 2021. Il giacimento si era esaurito ma la testa di pozzo non era stata disattivata dalla Shell o dai suoi nuovi proprietari, Aiteo Eastern E&P. L’impianto aveva continuato ad emettere petrolio greggio e gas associati per 38 giorni, provocando il rilascio nell’atmosfera di metano che riscalda il pianeta, uccidendo pesci e devastando le fattorie lungo il fiume.

La Shell è già stata condannata a pagare 15 milioni di euro a titolo di risarcimento agli agricoltori nigeriani per le perdite di petrolio che hanno gravemente inquinato tre villaggi, mentre migliaia di pescatori chiedono ancora un risarcimento alla multinazionale.

La Fondazione per la ricerca sulle imprese multinazionali (Somo), un’organizzazione no-profit olandese, ha pubblicato lo scorso febbraio un rapporto in cui affermava che alla Shell non dovrebbe essere consentito di investire nel delta del Niger a meno che non si assuma “la responsabilità per la sua eredità tossica di inquinamento e non garantisca lo smantellamento sicuro delle infrastrutture petrolifere abbandonate”.

Il rapporto Somo documenta altri casi di inquinamento ambientale che in passato non sarebbero stati affrontati dalla Shell prima delle cessioni. Due comunità, Ogale e Bille, nello stato di Rivers, hanno esercitato pressioni in tribunale affinché l’azienda affrontasse le sue responsabilità ambientali passate.

Studi scientifici hanno rilevato alti livelli di composti chimici provenienti dal petrolio greggio, così come da metalli pesanti, nel delta, dove l’industria guida l’economia della Nigeria, ma senza preoccuparsi se le sorgenti d’acqua delle comunità possano essere contaminate.

La Shell e altre compagnie petrolifere che operano in Nigeria spesso incolpano delle fuoriuscite incontrollate le interferenze di terzi, compresi gli attacchi degli attivisti e o gli atti di vandalismo dei ladri di petrolio. Tuttavia, secondo la legge nigeriana, le aziende devono sempre pulire, indipendentemente dalla causa che ha provocato l’inquinamento.

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