Ofanto, la “battaglia” per l’ambiente

Il millenario fiume del Mezzogiorno, all’indomani del fenomeno d’inquinamento, fluttua tra l’attesa delle analisi Arpa, la necessità di rimedi normativi e l’urgenza di un ritrovato senso civico.
Tratto del fiume Ofanto con chiazza di schiuma bianca (Foto: A.N.P.A.N.A. Canosa di Puglia)

A oltre duemila anni dalla battaglia di Canne, combattuta nel 216 a.C. tra romani e cartaginesi, il fiume Ofanto torna ad essere protagonista di un evento per così dire “bellicoso”. Questa volta però la minaccia non nasce dalla brama di conquista, ma proviene da un nemico le cui armi sono apparentemente invisibili mentre i suoi effetti rischiano di essere molto nocivi per il fiume pugliese e per il suo ecosistema. È proprio a questo punto che gli antichi racconti di Polibio e Tito Livio sulla battaglia di Canne e gli accadimenti dei nostri giorni “confluiscono” sulle rive dell’Ofanto.

Un “fiume” di storia

ponte romano sul fiume Ofanto (II sec. d.C.)
(Foto: Consorzio Pro Ofanto)

Il Parco Naturale Regionale dell’Ofanto è un ecosistema unico al mondo di circa 25mila ettari, attraversato appunto da quello che lo storico greco Polibio chiamava Αὔφιδον, che i latini ribattezzeranno Aufidus e che noi chiamiamo Ofanto. Un fiume che solca le regioni di Campania, Basilicata e Puglia e che ha fatto fiorire pregiate varietà agroalimentari e splendide civiltà. Dauni, greci, romani, bizantini sono solo alcuni dei popoli che hanno vissuto nell’attuale parco dell’Ofanto, rendendolo, grazie al commercio, un emporio fluviale di strategica importanza e arricchendolo con eleganti residenze patrizie e un ponte, tutt’oggi esistente, che è un capolavoro di architettura romana del II sec. d.C.

La narrazione dei fatti

Area archeologica di Canne della Battaglia
(Foto: Consorzio Pro Ofanto)

Era la vigilia della battaglia di Canne e il console romano Lucio Emilio, racconta Polibio «con le due parti delle truppe si accampò in riva al fiume Aufidus». Oggi sulla stessa riva il gruppo di “Italia Nostra Canosa di Puglia” documenta che «il fiume (Ofanto) in Contrada Tavoletta a Cerignola, nel foggiano, è interamente ricoperto da una coltre di schiuma» e informa subito il Comune di Canosa. Una città quest’ultima che però si trova in provincia di Bari e di conseguenza «l’assessore all’ambiente canosino afferma di non poter mandare sul posto i Vigili Urbani per un esame della situazione in corso perché il fenomeno di inquinamento si sta manifestando in agro di Cerignola» che è appunto in provincia di Foggia. Per la cronaca, Cerignola dista da Canosa solo 20 km. Nel frattempo anche l’Associazione di Protezione Civile e Ambientale Anpana, dopo un sopralluogo presso l’Ofanto, conferma «il perdurare della presenza diffusa di schiuma e acqua scura e maleodorante» e comunica «di aver contattato i Carabinieri Forestali di Cerignola». Quest’ultimi, a loro volta, fa sapere Italia Nostra «effettuano una ricognizione su tutti i canali e affluenti in quel tratto di Ofanto, ma non rilevano nessuna traccia del fenomeno». Scende allora sul “campo di battaglia” l’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale (Arpa) di Foggia che preleva dei campioni di acqua e dà avvio alle analisi il cui esito in tantissimi, con ansia, aspettiamo di conoscere. Da un punto di vista tecnico-scientifico, però, il gruppo “Italia Nostra Canosa” precisa che «a detta dell’Arpa stessa gli esami non avranno alcun valore probante per quanto rilevato, ma che semplicemente attesteranno la qualità delle acque in quel punto (dell’Ofanto) a distanza di oltre 24 ore dall’accaduto, e che, sempre a detta dell’Arpa se gli organi inquirenti fossero stati in grado di localizzare la fonte dell’inquinamento, gli esami avrebbero avuto ben altra rilevanza».

Tutela dell’Ofanto: “pro e contro”

Fiume Ofanto
(Foto: Consorzio Pro Ofanto)

Gli accadimenti appena descritti ci dicono in sostanza che la vastità dell’area percorsa dal fiume Ofanto e il fenomeno di “inquinamento liquido” trasportato dalla corrente fluviale lontano dal luogo di origine, rendono impossibile l’accertamento delle responsabilità. I ritardi causati dal seppur doveroso rispetto dei limiti di giurisdizione e delle competenze territoriali, invece, hanno vanificato tutti gli sforzi fatti dalle predette associazioni, dai volontari, dalle istituzioni e dalle forze dell’ordine pugliesi, nel tentativo di risalire alla fonte iniziale dell’inquinamento prima che fosse troppo tardi. Questi i “contro”, ma non sono mancati i “pro”, vale a dire i rimedi proposti per evitare il ripetersi di tali fenomeni di inquinamento o quantomeno per intervenire rapidamente in caso di reati ambientali. Il presidente del “Consorzio Pro Ofanto”, Michele Marino ha infatti presentato un suo disegno di legge riguardante l’ “Istituzione del Parco nazionale dell’Ofanto”, e ci ha detto che la relativa trattazione in sede redigente sta avvenendo proprio in questi giorni in seno all’8a Commissione permanente del Senato che tra le altre tematiche si occupa appunto di ambiente. «L’evoluzione del parco dell’Ofanto da entità regionale ad area protetta di livello nazionale – sostiene il presidente Marino – è una visione più ampia che consentirebbe maggiori controlli e maggiore salvaguardia».
Da più parti, poi, si auspica la formazione di nuovo personale che agisca, è il caso di dirlo, da “fluidificante” tra le strutture periferiche e quelle centrali del “Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri”. Altrettanto indispensabili come detto sono anche nuovi strumenti legislativi per prevenire i reati di inquinamento ambientale, ma soprattutto urge un appello al senso civico e alla responsabilità di ciascuno di noi nel rispettare la natura. La “battaglia” che questa volta l’Ofanto si trova ad affrontare, non si può assolutamente perdere, perché ne va non solo della tradizione e della memoria storica e archeologica della nostra civiltà, ma ne va anche della salvezza di un ecosistema tanto fragile quanto prezioso che a noi spetta proteggere e consegnare ai nostri figli, inviolato proprio come i nostri antenati lo hanno diligentemente tramandato a noi.

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