Innamorati di Dio

Parole meno note, nel giorno di san Valentino, per parlare d'amore al proprio Amato, quando quest'ultimo è Dio. Come scriveva il mistico islamico medioevale Omar Khayyam: “Tutte le gioie della vita sono per coloro che amano / Sii felice e non avere timore”.  

San Valentino è la festa degli innamorati. Ci sono innamorati di tutti i tipi, specialmente ai giorni nostri. E fra questi, ci sono anche quelli che sono innamorati di Dio. Ci sono sempre stati. E sono sempre stati di tutti i tipi, sposati e variamente single, lucidi di mente e toccati dalla follia, sani e malati, santi guerrieri e pacifici solitari.

E chiunque è innamorato di Dio vorrebbe essere stato lui o lei a inventare i versi di Rabi’a al-Adawwiyya: “Ti amo con due amori, l’uno interessato, l’altro degno di Te / Il primo sta nel dedicare i miei pensieri a Te solo, ogni altro escluso. / L’altro amore, che vuol darti quello di cui sei degno, sta nel desiderio / che i tuoi veli cadano e che io Ti veda. / Nessuna lode a me per l’uno o per l’altro, a Te la lode per ambedue”.

Vedere l’amato per quello che è. Il miracolo più grande. Benedetto Croce sosteneva che chi sente profondamente un’opera d’arte, in tutta legittimità può ritenere di trovarsi più o meno nella stessa posizione di chi l’ha creata. Quindi, chi sente il cuore ardere d’amore per Dio, può ritenere che sono suoi i versi di Rabi’a. Almeno per oggi. E può dirli a Dio senza pudore.

Rabi’a al-Adawwiyya è stata una mistica islamica del 700. Visse nei pressi di Bassora, oggi in Iraq. Di lei si sa poco, chi dice che da giovane fosse stata una flautista (sinonimo di una poco di buono), chi che fosse una schiava. Ma certamente fu una grande innamorata di Dio. Scelse la povertà e l’abbracciò per tutta la vita. Passò lunghi periodo nel deserto a pregare. La sua scelta dell’Altissimo era così forte da implicare la verginità, cosa non ben vista nell’islam. A chi le chiedeva il motivo del suo nubilato, rispondeva che era già sposata con Dio, e che per gli altri «non ne ho il tempo».

Rabi’a divenne celebre nel mondo dei sufi musulmani. La sua fama giunse anche in Occidente e influenzò l’amore mistico dei trovatori europei. Tanto tempo prima di lei, c’è stato un certo Ben Asaj. Un ebreo del II secolo. Anche nell’ebraismo il matrimonio è centrale. È visto come la condizione naturale dell’esperienza umana, voluta da Dio. È nel matrimonio che l’ebreo è chiamato a santificare tutti gli atti della sua vita. Ora Ben Asaj, era un saggio riconosciuto da tutti come tale. Ma aveva un difetto: non era sposato. La tradizione ebraica riporta che i colleghi gli chiesero di rendere conto di questa sua grave mancanza: «Qualcuno insegna bene e si comporta bene, qualcuno si comporta bene e insegna male, tu invece insegni bene ma ti comporti male».

Ben-Asaj rispose: «Che cosa posso farci? La mia anima è tutta per la Torah. Il mio cuore è tutto per Dio. Il mondo può essere portato avanti da altri». Un mistico islamico, Al Hallaj, chiamato “il martire dell’amore”, messo a morte in modo crudele nel 922 dai suoi correligionari, scriveva: “Il Tuo spirito si mescola al mio spirito / come l’ambra al muschio odoroso. / Se una cosa Ti tocca, essa mi tocca / poiché Tu sei me, inseparabilmente”. Cosa di più bello si può dire al proprio amato o amata? Al Hallaj lo disse al suo Dio.

Rabi’a, Ben Asaj, Al Hallaj, tre voci di tempi passati. Ce ne sono migliaia e migliaia di altre. Il cristianesimo ne è stracolmo. Ma ho voluto ricordare queste, un po’ più esotiche, forse un po’ meno conosciute. Per suggerire agli innamorati di Dio alcune belle parole che oggi possono rivolgere al loro Amato. Perché, senza amore, che cosa è la vita? Un altro grande mistico islamico medioevale, il controverso Omar Khayyam, scriveva: “Tutte le gioie della vita sono per coloro che amano / Sii felice e non avere timore”. Quale più bel augurio?

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